Le strade di Brasilia

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Brasilia dalla Torre della Tv

Vista dall’alto sembra un enorme fiore. Le sue strade si attorcigliano tutte, mannaggia a loro. Chi l’ha ideata forse non immaginava che un giorno sarebbe diventata una città tanto popolosa e che le strade, così come sono state concepite, sarebbero state un problema. Eppure Brasilia è nata per diventare la capitale, è stata strappata al deserto con questo unico e preciso intento. Mi piacerebbe tanto fare due chiacchiere con Lúcio Costa, il pianificatore urbano. Lúcio – gli direi – ma ti pare possibile questo intreccio di strade che salgono e scendono? Ti pare possibile che le vie non abbiano un nome? E che per imboccare un’uscita mi tocca tagliare tre corsie, con il traffico brasiliano che è come una giostra medievale? Già, perché i brasiliani per strada sono davvero pericolosi. Superano a destra, tanto per cominciare. Non perché siano spericolati, ma perché qui non esiste la corsia di sorpasso. La destra e la sinistra sono solo due direzioni possibili, non hanno nulla a che vedere con un’etica stradale. Bisogna avere cento occhi e non distrarsi mai, soprattutto quando si cerca di prendere un ritorno. I ritorni sono svincoli che collegano le grandi arterie della città che l’attraversano da una parte all’altra. Perché – non ve l’ho ancora detto ma sicuramente lo sapete – Brasilia ha la forma di un aereo, anche se inizialmente doveva essere una croce. E le strade che la percorrono da un’ala all’altra – quelle rumorosissime strade che passano proprio sotto casa mia – sono tutte a senso unico. Per questo sono piene di ritorni e uscite, che creano quei meravigliosi disegni a fiori.

 La strada che attraversa le ali da Nord a Sud è l’Eixo e siccome i brasiliani hanno un diminutivo per tutto – nel paese delle cose grandi, ogni cosa ha bisogno di essere rimpicciolita – c’è anche l’Eixino che scorre parallelo. Entrambe le strade passano sotto le mie finestre ed è un getto continuo di macchine, un ciclo che non si arresta mai. Le strade arrivano ovunque, non esistono piazze in questa città. Lo giuro, niente piazze, solo strade dritte. Tutto si affaccia sulla strada: negozi, locali, supermercati, case. La strada è socialità, è il luogo in cui si svolge la vita, in cui non c’è neanche bisogno di aggirare i palazzi perché sono sospesi su palafitte di cemento e basta attraversarli. Per i brasiliani la strada è come una grande casa e la casa, quella vera, è un luogo in cui trascorrono relativamente poco tempo.

La strada è il luogo in cui le classi sociali si mescolano e s’incrociano, ma è un incrocio che porta sempre in direzioni opposte. I dipendenti statali escono di casa la mattina e danno il cambio a una moltitudine di domestiche, giardinieri, portieri, lavamacchine (e lustrascarpe, esistono ancora), muratori e operai. I secondi scendono dagli autobus, numerosissimi, mentre i primi invadono l’Eixo e l’Eixino diretti verso il centro amministrativo della città. Due mondi paralleli, l’uno accanto all’altro, in quella che è la città più ricca del Paese. Brasilia rimane un luogo atipico, voluto e costruito come simbolo della crescente potenza economica brasiliana, privo di una sua vera identità e cultura. I primi abitanti della città, i Candangos, sono stati i lavoratori che l’hanno costruita, gente arrivata da ogni parte del Brasile a costruire case, scuole e ovviamente strade.

La cosa più strana che mi è capitata, dopo 15 ore di aereo, è stata sentire di non essere arrivata in Sud America. Si respira quel benessere, incarnato nei monumentali centri commerciali, che ben si conosce anche in Europa. Il brasiliense spende: per mangiare, per vestirsi, per andare in vacanza, per studiare le lingue. Il resto della popolazione, quella negra – che qui non è un dispregiativo – parla una sola lingua ed è l’altra faccia di una città di burocrati e studenti. Ma basta soltanto prendere una delle strade che portano fuori Brasilia, per non avere più dubbi sul fatto di trovarsi in Sud America.

Gli spazi diventano immensi, il verde e il rosso si rincorrono nel finestrino della macchina – il verde della vegetazione e il rosso della terra. Le cittadine sono agglomerati di case basse e scrostate; s’incontrano campetti da calcio e baretti in cui la gente del posto trascorre la domenica bevendo cerveja. C’è sporcizia e un senso misto tra desolazione e allegria, che trasuda da ogni vicolo della strada.

La strada, sempre lei. Da dove arriva continuamente odore di aglio e churrasquino che con riso, fagioli e mandioca è il piatto tipico di questi luoghi.

Ho smesso di affacciarmi alla finestra da quando sono arrivata a Brasilia. Il rumore del traffico è un sottofondo continuo e tra i rami degli alberi riesco a vedere soltanto le macchie colorate delle carrozzerie. La strada è sempre lì, a ricordarmi che non c’è deserto tanto grande da impedire a una città di sorgere.

Se si applicasse questo principio ad ogni aspetto della vita, sarebbe più lieve anche quel senso di desolazione e allegria che alberga a volte dentro i nostri cuori.

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Monumento ai Candangos nella Piazza dei Tre Poteri

 

 

 

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Pezzi di me

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Sono arrivata a Brasilia il 3 Febbraio alle prime luci della mattina. Ho lasciato alle mie spalle tutto: la mia casa, la mia famiglia, la macchina che alla fine non ho voluto vendere (un altro pezzo di me che se ne andava, non ce l’ho fatta) e la mia pulciosa. La mia piccola palletta di pelo se n’è andata e mi ha spezzato il cuore che già di suo era parecchio malconcio.

Avevo immaginato tante volte la partenza: senso di sollievo, distacco da terra, leggerezza, erano solo alcune delle emozioni che contavo di provare. Tutti a farmi mille incoraggiamenti, a invidiarmi, “e dai che lì è sempre estate!”, e io invece a fare i conti con i pezzi di me che ogni giorno ero costretta a lasciare. Credevo di non poter rinunciare a nulla, poi sono stata costretta a farlo. A un certo punto non sapevo neanche se chiamarlo coraggio, mi sono buttata sperando che il dolore finisse presto. Ho preso tutto quello che veniva senza contrastarlo, senza oppormi. Non volevo fingere di stare bene, non volevo sforzarmi. Ero troppo stanca e mi faceva male tutto: la testa, la pancia, il cuore, gli occhi gonfi di pianto. E’ stata la cosa più difficile che abbia mai fatto ma l’ho fatta. Male, bene, ma l’ho fatta. Sono in Brasile. Senza la mia casa, senza la mia famiglia, senza il mio cane. Senza i tanti pezzi di me.

Uno passa una vita a farsene una, almeno decente, in cui mettersi comodo e dire: questa cosa l’ho fatta, non dovrò pensarci mai più. Non dovrò più passarci attraverso. E allora si fa di tutto per mantenere insieme le cose, si ricorre a ogni tipo di colla e di toppa e magari per qualche tempo o per tutta la vita funziona. Si tira avanti. Io l’ho fatto e non me ne vergogno, probabilmente lo rifarei. Se tieni a qualcosa, lotti per non perderla, lotti anche contro te stesso, ti fai del male. Alla fine tutto si riduce a questo, alla capacità di sopportare e tirare avanti.

Non mi stancherò di ripeterlo: cambiare non è facile. Non basta andare dall’altra parte del mondo, non basta svegliarsi in Brasile. Ma è importante che si faccia il possibile per non arrendersi, per non tirare avanti. Per smetterla di sopportare. Per smetterla di essere come le matrioske, una dentro all’altra, sempre identiche, sempre le stesse perché qualcuno ci ha insegnato che è così che funziona. Questa catena si può rompere, è possibile farlo e bisogna almeno tentare.

Si può andare in pezzi, si deve farlo a volte. Pezzi di me come coriandoli nell’aria.

Paure e altri mostri

Quando cinque anni fa hanno trovato una macchia ai polmoni di mia madre, ho avuto paura. Mio padre era appena partito per il Messico e sarebbe stato fuori un mese. Avrebbe saputo solo al suo ritorno. Quella macchia ci colse di sorpresa, era andata a fare una lastra per tutto un altro motivo. Ricordo che uscì dall’ospedale con una grande agitazione, mi offrii di guidare io la macchina al ritorno ma lei voleva dare l’impressione che non fosse successo nulla, forse non voleva preoccuparmi. Per poco non ci ribaltiamo in curva, le gomme toccano il marciapiede sul lato destro e la macchina si solleva da terra. A quel punto sono davvero spaventata.

Per giorni siamo state chiuse nelle nostre angosce personali. Sarà maligno? Sarà operabile? Saremo forti abbastanza? Quanto ci sarà da soffrire?

Accompagnai mia madre ai successivi esami, le prelevarono pezzetti di quella cosa in tre punti differenti e li analizzarono. La massa era fibrosa, non sembrava maligna. Nel giro di un mese fu comunque operata, mio padre nel frattempo era tornato dal Messico. I giorni prima dell’operazione e per tutto il tempo che è dovuta stare in ospedale, sono andata a trovarla ogni giorno. Ero disoccupata a quel tempo e la considerai una fortuna, potevo occuparmi di lei e la cosa mi rendeva felice. Per una volta aveva bisogno di me e la sua fragilità mi permetteva di avvicinarla senza timore di essere respinta. Nel frattempo rassicuravo anche me stessa e mettevo alla prova la mia capacità di affrontare la paura. Ogni giorno prendevo tre mezzi diversi per arrivare in ospedale, un tragitto di due ore che non mi pesava affatto. La sera ritornavo lungo la stessa strada e non mi sono mai sentita meglio come in quel periodo di lunghi spostamenti in treno e autobus. Dicevo a me stessa che non avrei avuto più paura, che quella circostanza aveva messo alla prova la mia capacità di affrontare la vita. Che lo spavento preso era sufficiente a confrontarmi con qualsiasi altro problema. Ero stata vaccinata, finalmente. Prima di questo ero solo una persona impaurita che non sapeva nulla del dolore. Adesso che lo avevo provato, che avevo sfiorato la tragedia, la vita aveva tutto un altro sapore, tutto un altro colore. E così è stato per un periodo di tempo. Poi si dimentica forse.

Anche quando sono stata lasciata e ho iniziato a confrontarmi con una vita senza di lui, ho creduto di aver superato un’altra prova. Poi lui è tornato da me, io l’ho rifiutato, lui si è impegnato a riconquistarmi. Alla fine mi sono detta che se ero riuscita la prima volta a stare senza di lui, a rifarmi una vita incentrata su me stessa e su nuovi interessi e spazi personali, ce l’avrei fatta ancora. Non avevo più paura della separazione, non mi riguardava più questo tipo di problema. E così è stato per un periodo di tempo, poi anche questa volta devo aver dimenticato come ci si sente a riprendere in mano il controllo della propria vita.

A volte penso di aver soltanto bisogno di uno spavento. Quando mi trovo di fronte a qualcosa di enorme, come una scelta cruciale, spero sempre che accada qualcosa al di fuori della mia sfera decisionale che distolga l’attenzione dai fatti. In genere si tratta di un evento tragico, come un incidente, un furto in casa, un malore. Niente che finisca in tragedia, comunque. Insomma qualcosa con un lieto fine che mi permetta però di avere paura e trarne un qualche insegnamento.

All’aeroporto, sabato, ho avuto paura. Erano le quattro e mezza di mattina, Pulce piangeva nel suo trasportino, grattava sulla grata di plastica chiedendomi di uscire. I bagagli stipati sul carrello, poca gente in coda, fuori un freddo artico da fine del mondo. Io che annaspo per prendere il carrello cercando di contenderlo a un gruppo d’inglesi. Pulce che mi trotterella dietro assonnata, rimbambita dai mille spostamenti e cambiamenti della giornata. Io che ho solo un desiderio: scappare. Indietro, naturalmente. Poi i primi problemi con il biglietto, i documenti del cane, un’altra coda per fare un nuovo biglietto e infine il volo che chiude e io che resto con un senso di sollievo e terrore negli occhi. Davvero mi tocca rivivermi tutto questo? Domani? Non posso farcela. No, io domani disfo le valigie e cerco tra gli annunci di lavoro qualsiasi cosa. Cameriera? Va benissimo. E’ da lì che ho cominciato, posso rifarlo. Poi torno a casa mia, ripopolo la libreria e continuo con la mia vita come se nulla fosse successo. In fondo sarà pur un segno il fatto che non sia riuscita a prendere quel volo, giusto? Ma una vocina dentro di me, una dannata vocina impicciona, mi dice che non posso. Che tutto questo deve almeno essere tentato. Poi magari torno e mi trovo un posto da cameriera e ricomincio da capo a investire in un rapporto nocivo. O magari continuo a farmi la guerra con i miei genitori, nulla di nuovo sotto il sole. Ma tentare. Dire, ci ho provato. Dire, spingersi un po’ più in là. Poi l’altra vocina, quella un po’ più stronza, mi dice ma chi te lo fa fare? Se stai così male vorrà pur dire qualcosa. Non è che devi soffrire a tutti i costi. Se una cosa non ti riesce, accetta i tuo limiti, vivi di piccole cose e lascia correre. S o p r a v v i v i.

Partirò per il Brasile senza il sorriso a meno che non riesca a strapparlo da qualche parte dentro di me. Poi magari uscirà fuori, magari riuscirò ad amare, magari riuscirò a trovarmi (che dovrebbe venire prima di amare), magari riuscirò a non scappare alla prima avvisaglia di cambiamento.

Mi chiedo che tipo di spavento debba prendere per spingere il tasto Start dentro la mia testa, forse la prospettiva di una vita infelice non è abbastanza? Forse gli spaventi a lungo termine non valgono quanto quelli inaspettati che tocca affrontare tra capo e collo e ai quali non ci si può sottrarre?

Dovrò scolpirlo, ancora una volta, da sola.

Un giorno

Ogni anno sotto le feste di Natale amo guardare alcuni classici. In particolare due film di Frank Capra, La vita è una cosa meravigliosa e L’eterna illusione. Nei classici c’è qualcosa d’intramontabile (altrimenti non sarebbero classici) ma anche qualcosa che ci spinge a rivederli senza che ci stanchino mai. Mi piace chiamarlo lo spirito guida, una traccia rimasta nel tempo a custodire un messaggio. Leggevo proprio ieri l’importanza delle storie come fonti di conoscenza tramandata e credo che oggi più che mai sia importante rintracciare nelle favole moderne i fili di un racconto antico, come quello che un tempo riuniva il clan attorno al fuoco e insegnava ai più giovani le lezioni della vita.

I classici del cinema, così come la letteratura, hanno preso il posto dei racconti orali e credo sia per questo che non ci stanchiamo di vederli o ascoltarli, soprattutto in alcuni periodi dell’anno. Si vede che la nostra anima è affamata di alcune cose e le cerca in quei luoghi dove sa di poterle trovare. A me succede con i film di Frank Capra. E mi succede a Natale.

Penso alla mia famiglia e a quanto sia difficile andare d’accordo, crescere insieme, relazionarsi. Il mio ritorno a casa è stato graduale, prima solo il fine settimana, poi ho allungato di qualche giorno e infine mi ci sono stabilita. Si tratta di una transizione, breve, verso la vita che sto cercando di costruire dall’altra parte del mondo, in Brasile. Avevo bisogno di raccogliermi in me stessa. Tornare alle radici prima di affrontare il mondo, trovarmi, ascoltarmi, lasciar passare tutto il dolore. Non è stato possibile fino in fondo, i vecchi meccanismi si sono messi in moto e hanno impedito al bello di venir fuori. Alcune cose non cambiano mai.

Mi piacerebbe che in famiglia ciascuno potesse esprimere se stesso senza sentirsi giudicato od oppresso. Ho creduto che quanto accaduto in questi mesi (rotture, rivelazioni e rivoluzioni) avesse scosso alle radici i vecchi strumenti di controllo e amore (che a volte sono la stessa cosa) che per anni hanno condizionato la mia vita. Mi sbagliavo. Purtroppo non basta un unico sforzo, c’è bisogno della volontà di tutti e un grandissimo lavoro dentro di sé per cambiare le cose. Io sento di averlo fatto, di essermi impegnata molto e di aver molto sofferto ma anche molto guadagnato. Tengo stretto questo tesoro. Vorrei condividerlo con mio padre e mia madre ma loro devono nuotare in mare aperto e raggiungermi, affrontare la bufera, i forti venti, il sole caldo del mezzogiorno e il silenzio. La solitudine. E infine, il vociare confuso ma poi sempre più chiaro di un segreto. La verità su se stessi e gli altri fa male ma rende liberi e forti.

La mia è un’eterna illusione. Ho raggiunto la mia isola in mezzo al mare e getto ponti dall’altra parte in attesa di essere raggiunta. Chissà, un giorno potrebbero arrivare insieme, a braccetto come non li ho mai visti, canticchiando una canzone. Un giorno forse saremo come la famiglia raccontata da Frank Capra, delle persone complete che hanno scelto di vivere secondo le proprie inclinazioni, senza obblighi, senza costrizioni.

Un giorno.

Vecchie cose, nuovi inizi

Ho sempre inteso il peso che ciascuno di noi si porta dentro come un qualcosa di metaforico, un bagaglio di emozioni, pensieri, ricordi, aneddoti ammucchiati alla rinfusa o impilati ordinatamente dentro la propria anima. Ma quando questo peso viene tradotto in cose, in oggetti materiali a cui necessariamente associamo quegli stessi pensieri e ricordi, ecco che il peso diventa concreto e difficile da stipare. Nella vita bisognerebbe viaggiare leggeri, senza troppi fardelli. Le mani dovrebbero essere libere di sperimentare in qualsiasi momento e il cuore dovrebbe essere altrettanto lieve, come una brezza di primavera.

Purtroppo non è sempre così che vanno le cose. Oggi, come tre mesi e mezzo fa, ho sperimentato nuovamente tutto il peso della mia vecchia vita che continuo a trasferire da una casa all’altra. E’ vero, ho buttato molte alcune cose. Altre le ho lasciate indietro e ogni tanto ne odo il richiamo come il canto di fameliche sirene. Ma alcune molte le ho portate con me, pensando che mi sarebbero state utili, anzi indispensabili. In parte lo sono state, nonostante non le abbia mai utilizzate.

I libri, ad esempio. Ho creduto che avrei letto pagine e pagine senza sosta, finalmente sola e libera da orari. Nulla di più falso. Questi tre mesi sono stati il periodo meno fertile per la lettura degli ultimi 15 anni, non c’era nessuna storia che potesse coinvolgermi e squarciarmi il petto più di quanto non stesse già facendo la mia vita. Tuttavia mi sono caricata le pesanti buste di libri per tre rampe di scale, facendo svariati viaggi su e giù, ogni volta con il fiato più corto. Li ho sistemati ordinatamente negli scaffali, dividendoli per autori come piace fare a me. Finito il lavoro mi sono sentita pienamente soddisfatta, appagata dal quel piccolo angolo di mondo assolutamente indispensabile per sentirmi a casa.

I film, tonnellate di dvd che credevo avrei rivisto senza sosta; spezie di ogni tipo con cui credevo avrei cucinato mille piatti. E poi pentole, tegami, piante (una l’ho lasciata morire), formine in silicone, candele. Un enorme bagaglio di cose a cui non ero pronta a rinunciare e a cui sentivo di dovermi aggrappare per restare me. Per non andare in pezzi. Per ricordare qualcosa.

La scorsa settimana è morto il mio cane all’improvviso. Una macchina lo ha investito e se ne è andato in pochi minuti. Viveva con lui. Ogni volta che passavo a casa a prendere qualcosa di mio o a lasciare qualcosa di suo, mi veniva incontro all’angolo della siepe che era il suo punto d’osservazione preferito. Per lui ero tornata a casa, poco importava che fosse per pochi minuti soltanto, mi salutava sempre allo stesso modo e questo mi rassicurava. Poi Chicco se n’è andato, come Milla lo scorso anno, sempre a Natale. La mia vita perde pezzi ovunque, poco importa che io tenti di tenerli tutti insieme, tutti nello stesso bagaglio. Il passato è passato. Sono stata così male nel cercare di tenerlo in vita, di alimentarlo, preservandone un antico ricordo. Ma ora basta. Ho raccolto tutte le mie cose, molte le lascerò indietro. Devo fare spazio alla mia nuova vita. È doloroso. È un atto di coraggio recidere una parte di sé ma a volte è l’unico modo che abbiamo per liberarci.

La paura è una scusa insufficiente per non fare il lavoro. Tutti abbiamo paura. Niente di nuovo sotto il sole: se sei vivo, hai pauraClarissa Pinkola Estés – Donne che corrono coi lupi

#Dimmicosaleggi #10 libri

Dico sempre che le catene e le nomination non sono pane per i miei denti, ma quando si tratta di libri non ragiono più! Devo ringraziare Rossella e Roberta per avermi pensata nonostante il mio lungo silenzio. Grazie a loro torno alle parole e alla voglia di condividerle.

Che libri porterei  se partissi per la Siberia? E se la destinazione fosse invece il Brasile e la partenza fosse tra due mesi? Ho già immaginato di stipare libri in ogni recondito buco della valigia ma anche così facendo sarò costretta a lasciare a casa molti di loro. Ma non questi 10, questi verranno senz’altro con me:

  1. Teresa Batista stanca di guerra (Jorge Amado) – Il Pasolini brasiliano, cantore degli emarginati e delle bellezze di una terra spaccata da tante ferite. Teresa la porterei ovunque in qualsiasi parte del mondo. Un grande romanzo e una grande storia di lotta.
  2. Sulla strada (Jack Kerouac) – Il primo libro che mi ha fatta sognare e avvicinare a quella parte inquieta di me stessa che ho imparato ad amare.
  3. Zanna bianca (Jack London) – Nessun luogo è veramente selvaggio senza i libri di London.
  4. Donne che corrono coi lupi (Clarissa Pinkola) – Per il bisogno di appagare le proprie storie emotive, sedute attorno a un fuoco a cantare antiche canzoni.
  5. Cosmo (Carl Sagan) – Mai senza.
  6. Il barone rampante (Italo Calvino) – Una favola da leggere ad alta voce.
  7. Il segreto del bosco vecchio (Dino Buzzati) – Spiriti e spiritelli dei boschi, la bellezza di una natura che ancora non abbiamo imparato a comprendere e rispettare. Piccolo gioiello.
  8. Senza perdere la tenerezza (Paco Taibo III) – Se rinascessi uomo, vorrei rinascere Guevara.
  9. Il tesoro greco (Irving Stone) – Per appagare la mia fame di ruderi, la biografia dell’uomo che ha scoperto Troia. Una vera avventura.
  10. Cristo con il fucile in spalla (Ryszard Kapuscinski) – Dovrò pur portare un libro che ancora non ho letto! Da sempre nella mia wish list…

Scusate se interrompo la catena e se forse ho perso qualche passaggio, come ad esempio inserire un link: non sono una brava blogger! Ma chiunque passi di qui e voglia lasciare la sua lista è il benvenuto, amo condividere le letture!

P.S. a breve darò mie notizie!

Scrivere, ancora

Devo prendere l’abitudine di girare con carta e penna e annotarmi tutti i pensieri che mi arrivano senza preavviso. Ero in macchina e come al solito parlavo con me stessa e mi accorgo di avere sempre l’urgenza di scrivere quello che mi passa per la testa. Ho il timore di dimenticarlo e puntualmente succede. Ho anche il timore di non essere più in grado di scrivere e credo sia la paura stessa ad impedirmi di provarci davvero. Mi spaventa il fallimento. Penso che se non sono più capace di fare l’unica cosa che mi è sempre riuscita bene, cosa ne sarà mai di me? Sono anni ormai che mi faccio questa domanda ma invece di cercare una risposta ho preferito occupare il tempo in faccende di dubbia utilità e piacere. Mi occupo. Si. Mi occupo con qualsiasi incombenza possibile pur di non prendere in mano la mia vita, pur di non affrontare il mio fallimento. Preferisco raccontarmi una bugia, dirmi che se avessi tempo scriverei un libro, magari due, o riempirei un blog di poesie. Ah, se avessi tempo. La trappola più antica del mondo, la più efficace e pericolosa nella quale si possa cadere. Uscirne richiede un notevole sforzo, ore, giorni di pratica e lavoro su se stessi. Ma mettersi alla prova è già di per sé una vittoria. Scrivere male, ma scrivere. Fare quella cosa che un tempo ci riusciva bene, sentirsi un po’ impacciati ma non demordere, andare avanti, riconoscersi di nuovo e scacciare via quell’idea di se stessi che ci vede come perdenti solo perché ce ne siamo convinti. Ma poi, cosa vuol dire ho fallito? Si può davvero considerare un errore? Non credo. Siamo tutti esseri complessi e profondi, pieni di botole e caverne ancora inesplorate. Cosa veramente sappiamo di noi stessi se restiamo aggrappati a quelle poche certezze che crediamo ci rendano unici? Io sono, io faccio. E se un giorno non ci riesco più?

Quando ero piccola sognavo di fare la scrittrice, oggi lavoro come impiegata/segretaria/addetta al caffè di un piccolo ufficio. Mi sento un’estranea. Se avessi fatto la scrittrice mi sentirei diversa? O se avessi studiato giornalismo come desideravo, oggi sarei qui a farmi tutte queste domande? Sicuramente me ne starei facendo altre, analoghe. Siamo chi scegliamo di essere in momenti diversi della vita. Quando ho scelto di lasciare l’università e andare a fare la cameriera, è stata la scelta migliore che potessi prendere in quel momento. Non fa niente se me l’hanno rinfacciata le persone a me più care al mondo. Quella scelta mi ha portata qui, ad un passo dal prenderne un’altra che nuovamente mi porta a stravolgere tutto.

Scelte, scelte. Alcune non le prendiamo liberamente e finiscono sempre per rivelarsi fallimentari anche se necessarie. Altre le prendiamo per noi stessi e sono quelle migliori, quelle che aprono mille porte con una folata di vento e per questo spaventano come poche cose riescono a fare.

Ecco, ho scritto. Avevo così paura di farlo, di non sentirmi all’altezza, di non riuscire a tirare fuori le parole dalla pancia. E invece ecco. Ho scritto. Male, bene. Ma l’ho fatto. E mi sento meglio.

Nuovi orizzonti

Sono seduta sul divano della mia nuova casa e guardo il mare. Be’ non proprio, visto che l’anta della persiana non vuole saperne di restare aperta e devo ricordarmi ogni volta di bloccarla. Ma non con i ganci, che sono tutti arrugginiti e una volta per poco non ci ho passato la nottata a cercare di sbloccarli, ma con una delle tante cianfrusaglie trovate sul balcone a misura di stendino e che in verità butterei volentieri nel cassonetto.

Questa è una casa a incastro, ogni volta devo ricordarmi la giusta sequenza, come in uno di quei giochi di abilità in cui una mossa ne sblocca necessariamente un’altra. Il bagno ne è l’esempio più eclatante. Il momento della doccia è una sorta di quiz a premi: il tappetino va steso prima o dopo aver chiuso la porta? la cartaigienica va tolta prima di aprire il rubinetto dell’acqua? lo straccio per asciugare è bene averlo a portata di mano? e l’accappatoio? Se vedeste le dimensioni del bagno capireste. Non dispongo di un piatto doccia ma di una semplice tenda che colma la distanza di quei 10 cm che mi dividono dallla tazza (comunemente detto water). Quindi se non mi ricordo di spostare la cartaigienica posso dire addio a un rotolo al giorno. La prima volta che sono “uscita” dalla doccia – dopo aver litigato con la tenda che per tutto il tempo mi si è incollata al corpo bagnato – solo dopo essermi asciugata e sistemata mi sono resa conto del lago che nel frattempo era cresciuto alle mie spalle. Ovviamente mi sono dovuta bagnare i piedi di nuovo per sistemare quel casino. Il top è quando dimentico di prendere l’accappatoio, che non posso attaccare dietro la porta o non avrei spazio per lavarmi i denti o la faccia.

Ma sono felice.

Anche dopo aver salito i tre piani di scale senza ascensore, con il fiatone e i polpacci che gridano vendetta. Anche dopo aver asciugato la pipì della mia pulciosa in tutta casa e aver raccolto i tappetini assorbenti che sparpaglio in giro speranzosa. Anche dopo una giornata triste e capricciosa, in cuor mio sono felice.

Felice di aver fatto questo passo e di essere ancora tutta intera, ancora tutta me.

Mi sono dovuta abituare al rumore del mare, un incessante frastuono che mi ha tenuta sveglia la prima notte (a farmi compagnia l’olezzo del ristorante di pesce proprio qui sotto) ma a cui mi sto lentamente abituando, complici i tappi di cera di cui ho fatto scorta. Da quando sono arrivata il tempo è stato mutevole, in completa sintonia con i miei sbalzi d’umore. Il cielo non è mai lo stesso, cambia di continuo, un’infinita gamma di colori che lo rendono ogni giorno un paesaggio diverso. Li chiamo i miei nuovi orizzonti dai quali mi affaccio ad annusare l’aria che sa di salsedine, di mare, di avventure.

A volte mi fermo a riflettere su tutti questi cambiamenti, ma cerco di non farlo troppo spesso. Pensarci mi fa cadere nel panico, nella paura a volte nell’angoscia. Una parte di me sta rimanendo indietro, la sto abbandonando. E’ un commiato necessario ma doloroso. Sto vivendo, per la prima volta sto vivendo davvero.

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Dov’ero rimasta?

Già, dov’ero rimasta? In queste ultime settimane sono venuta meno al mio impegno di scrittura che in fondo non dovrebbe essere un impegno vero e proprio ma un momento da dedicarmi e da coltivare liberamente. Quindi, si, per me una forma di “dovere” perché in quanto a prendermi cura di me sono un po’ una frana. Crocerossina instancabile quando si tratta di conquistarmi l’amore di ogni anaffettivo nel raggio di 10 metri da me, so diventare una vera macchina da guerra quando si tratta di adottare una qualsiasi forma d’indulgenza verso la sottoscritta. Per questo devo impegnarmi a volermi bene, a non castigarmi, a non mettermi sotto pressione da sola.

Purtroppo le ultime settimane sono state troppo: troppo lunghe, troppo dolorose, troppo cariche di cambiamenti. Qualcuno che mi segue già lo sa, perché due righe sulla mia pagina facebook non ho potuto fare a meno di scriverle. Ho trovato casa. La primissima reazione è stata di sollievo: qualcosa si è sciolto dentro di me, finalmente potevo smettere di cercare, immaginare, congetturare come sarebbe stata questa casa in cui ricominciare da me. Improvvisamente era diventata reale, innescando tutta un’altra serie di reazioni a catena. Ma quel primo momento di sollievo è stato prezioso e importante, affatto trascurabile.

Ho trascorso queste ultime settimane a sistemare la mia nuova casa, a preoccuparmi fuori misura per ogni piccola cosa, a darmi scadenze rigide e a rimproverarmi come ai bei vecchi tempi (che in realtà non sono mai stati vecchi perché è un’abitudine che fatica a morire). Quindi mi sono chiusa dentro di me, convinta che non fossi “degna” d’interagire con nessuno fino a quando non avessi portato a casa il risultato. In realtà di risultati ne ho portati a casa parecchi ma non me li sono mai voluti riconoscere, almeno non pienamente.

Da questa esperienza che sto vivendo ho capito molte cose, sebbene metterle in pratica nella vita di tutti i giorni sia comunque un esercizio difficile e pieno di ostacoli. Ho capito che non bisogna essere troppo esigenti con se stessi, soprattutto se si è feriti e si sta cercando la propria strada; ho capito che anche i piccoli risultati sono importanti e a modo loro devono essere accolti e festeggiati. Ho capito che non c’è verso di cambiare restando immobili e aspettando che qualcosa cambi intorno o fuori di noi. Il cambiamento è fatto di sudore e rinunce, di fatica.

Ho sentito spesso parlare di comfort zone ma ne ho realmente capito il significato solo di recente. Lasciare la propria zona di comfort è accettare di correre un rischio, di mettersi in gioco. Restare aggrappati alle proprie certezze o rassicuranti abitudini può senza dubbio farci sentire al sicuro ma non potrà mai dischiuderci la possibilità di cambiare veramente e di aprirci a nuove possibilità.

Detto questo, confesso che non sto andando “a meta” rapida come una scheggia solo per essermi motivata. Ma riconosco che motivarsi aiuta a superare quei momenti in cui si è tentati di mandare tutto all’aria pur di sentirsi di nuovo al sicuro, protetti, sotto controllo. A me succede spesso.

Il controllo. Credo che smettere di controllare e controllarsi sia il primo vero passo verso la possibilità di viversi qualcosa di nuovo e potenzialmente bello. Che non vuol dire buttarsi alla cieca senza paracadute ma al contrario: iniziare a vedere con nuovi occhi e smetterla di essere troppo esigenti con se stessi e sopratutto avere più fiducia nelle proprie capacità.

Il grande passo mi aspetta. Mi sto preparando a non essere pienamente pronta, a lasciarmi andare e per una volta vedere cosa succede, accogliere il cambiamento invece di contrastarlo.

A prestissimo…

Stanca di guerra

Pezzettino di Leo Lionni

Pezzettino di Leo Lionni

Non sono sparita, sono rimasta vigile in attesa cercando di assumere una posizione ascetica da loto, ma con scarsi risultati. Più che altro mi sono rigirata nel letto, in preda a preoccupazioni varie e incastri del quotidiano. Questo mi ha permesso di avere l’ennesimo alibi perfetto per spingere un po’ più in là i progetti per il futuro.

Credo sia la prima volta che uso queste parole. Progetti per il futuro. Hanno un bellissimo suono, non vi pare? A me fanno sentire come se fossi in procinto di ricominciare da zero (o da tre, sperando di non dover buttare via proprio tutto), un’occasione che non capita tutti i giorni. Dovrei forse spiegare cosa sta accadendo alla mia vita se è vero che l’intento di questo mio sforzo titanico di mettere su un blog sia lasciare una traccia della mia esperienza nonché la possibilità di rileggermi tra qualche tempo, annuendo e sorridendo come solo si fa dall’altra parte del ponte. Un’altra cosa che forse farò sarò salutare la mia vecchia vita agitando la mano in aria, raggiante di lacrime, libera di correre su quella parte di prato che prima scorgevo solo in lontananza.

Mi sto preparando ad un viaggio importante e vorrei avere un libretto d’istruzioni con tutte le indicazioni necessarie per non fallire o perdermi da qualche parte o soffrire. Purtroppo è un po’ più complesso di così e il mio infantile desiderio di arraffare la felicità come fanno i bambini, con i pugni chiusi, inizia ad essere un vero intralcio o peggio un pericoloso fardello. Il fatto è che tenere tutto in equilibrio proprio non è più possibile, così come non è più possibile tenere tutto in ogni senso. Ma come si fa a lasciar andare? Ci sto lavorando. Giorno dopo giorno accetto qualcosa che credevo non sarei mai riuscita ad accettare e guardo al futuro sempre con maggior chiarezza. E’ molto faticoso e io sono stanca di guerra.

Venerdì mattina ho un appuntamento per un affitto, fin’ora è andato tutto storto con la ricerca di una casa, probabilmente anche perché mi boicotto da sola. Continuo ad avere paura, ci convivo da così tanto tempo che non ricordo più cosa voglia dire sentirsi al proprio posto, senza contraddizioni. E’ proprio così, mi sembra di essere costantemente altrove o sulla strada per raggiungerlo. Solo che invece di prendere la via maestra mi muovo in un labirintico percorso fatto di salite, buche, strade senza uscita. Allora torno indietro, riprogrammo, rielaboro, ricomincio. Con una consapevolezza in più ma sempre con la stessa paura di trovarmi di fronte ad una inevitabile scelta. Mi sento dire che tutto andrà bene, che oltre la paura c’è la bellezza di ritrovarsi rafforzati rispetto alla vita. Una parte di me ne è anche convinta. L’altra parte va ancora cercando l’intero a cui appartiene.

Questo mi fa venire in mente una bellissima storia di Leo Lionni che la mia cara amica A. mi ha fatto conoscere. E’ la storia di Pezzettino. La morale della favola è di quelle che tutti conosciamo ma che in certi momenti amiamo ci vengano ripetute. Le immagini rendono poi tutto più dolce, come una voce melodiosa che ci tranquillizza dicendo che tutto andrà bene veramente, basta credere in se stessi. Allora ci sentiamo come Pezzettino, alla ricerca dell’intero a cui apparteniamo, una ricerca che ci porta ad attraversare le tante avversità della vita ma c’insegna alla fine che non siamo un pezzetto di qualcosa fuori di noi. Al contrario siamo già noi stessi un intero, con tutte le nostre sfaccettature, con tutti i pezzetti che ci appartengono.

Voglio iniziare a vedermi così, a volermi bene così. Senza più guerre. Senza più pezzetti sparsi fuori di me.

E’ facile tirare un calcio in una pozza maleodorante, ma avvicinare la punta del piede al laghetto dei cigni è un’altra cosa.