Il lancio dello zaino

Ho uno zainetto Quechua verde comprato anni fa da Decathlon, in uno di quegli slanci salutisti che durano come una folata di vento. Freddo ovviamente, di quelli che ti riportano subito alla realtà. Comunque l’ho sfruttato. Due giorni sulla Majella a sudare l’anima gli hanno reso giustizia. Dopo di che è stato relegato nel fondo dell’armadio insieme a tutte le borse in disuso (anche quelle durano al massimo una stagione). Sono allergica alle borse, non le sopporto. Infatti le rimedio a destra e a manca quando ne ho bisogno per tal uscita o tal abbinamento ma per il resto cerco di disfarmene il più  velocemente possibile. Che poi sono una di quelle persone che ama portarsi dietro la casa anche per andare in ufficio, quindi in teoria la borsa dovrebbe essere il mio accessorio per eccellenza. Ho cercato un marsupio (si, fa tanto giovane marmotta ma io lo trovo pratico e felice) abbastanza capiente da contenere un libro ma la ricerca non è stata fruttuosa. Poi il colpo di genio. Lo zainetto Quechua! E’ diventato talmente parte di me che ci ho anche affrancato la spilla di Totoro come segno di riconoscimento, che è un po’ come un nome di battesimo.

Ogni tanto faccio l’inventario del suo contenuto, senza contare il fatto che è il primo posto in cui vado a cercare i miei innumerevoli oggetti smarriti, dagli elastici all’assicurazione dell’auto. Mi rassicura sapere che uno spazio così piccolo possa contenere molte delle cose che reputo essenziali: libro di lettura, fodera degli occhiali, quaderno da scrittura, penne e matite, elastici e fermagli, rossetto che poi non uso, carte varie (tra cui l’assicurazione, il bollo, scontrini vari, biglietti scaduti ecc, ecc…). Fazzoletti, chiavi casa macchina ufficio, cellulare, caricabatteria, lo zaino fagocita tutto. Lo porto in giro come un pupetto, a tracolla dietro la schiena o davanti quando viaggio sul treno o dentro la mia caotica città. Persino sul divanetto della terapeuta lo tengo ben fermo sulle gambe, non lo butto di lato o per terra, non lo “metto da parte”. Mentre parlo giocherello con le cuciture, mi arrotolo le estremità sulle dita e lo faccio talmente tante volte che alla fine restano arricciate. Ieri, mentre parlavo durante la mia seduta quindicinale, l’ho indossato.

Il corpo non mente mai, forse possono farlo le parole o addirittura le emozioni. Ma non la gestualità inconscia, fatta di reazioni che il corpo interpreta come bisogni, necessità. Il mio bisogno a quanto pare è quello di partorire, nel senso metaforico del termine. Far uscire da me quel bambino che voglio a tutti i costi proteggere, tenermi stretto. Quel bambino che non voglio lasciare. La separazione, tutte le separazioni, causano dolore: staccarsi è vedersi più distintamente e a seconda delle circostanze, più intimamente. E’ evidente che questo non è il mio campo! Senza scendere troppo nei dettagli psicologici della questione e finire per psicoanalizzare tutti, ho capito di avere un grande lavoro da fare dentro di me.

Ve l’ho detto che sto di nuovo cercando casa? Credo di no. I corsi e ricorsi di questa storia mi hanno nuovamente portata al piano B di una mesata fa e ora mi trovo a combattere con la ricerca di una casa tutta per me, una probabile tracheite della mia pulciosa, mia nonna in casa di riposo che negli ultimi giorni è molto giù di corda (ma non combatto con questo, più che altro è un pensiero che mi addolora e che cerco di alleviare con la mia presenza) e dulcis in fundo un parto indotto di proporzioni bibliche! Non ci facciamo mancare proprio nulla…

Tanto per cominciare potresti andare a casa, sdraiarti sul letto ed esercitarti a lanciare lo zaino lontano da te. Una, due, dieci, cento volte al giorno.

Per quanti di voi si stiano chiedendo cosa ci sia di essenziale nei biglietti scaduti e negli scontrini vecchi, non ho una risposta precisa e razionale.

Per quanti di voi si stiano chiedendo se il metodo lancio dello zaino stia funzionando, ho una risposta precisa e irrazionale. Sono ancora in travaglio.

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Cosa voglio, dove sto andando

Sono stata a trovare mia nonna la scorsa domenica. Un paio di settimane fa è caduta riportando una microfrattura al bacino che l’ha costretta a rinunciare alla sua invidiabile indipendenza. Vado a trovarla spesso da quando so di averla così vicina, sebbene avrei preferito saperla in ottima salute a casa sua, seppur a qualche chilometro di distanza. La casa di riposo non le si addice per nulla, lei così vispa, attenta, curiosa. Ogni volta che vado a farle visita mi racconta gli aneddoti della giornata, in capo a due giorni conosceva già tutto quello che c’era da sapere sugli inquilini della casa. Il suo modo di raccontare è come quello dei grandi romanzieri, che riescono a prendere un fatto qualunque della vita e a trasformarlo in una storia. Così nel suo racconto ogni volto diventa un personaggio che potrebbe essere uscito da un libro di Balzac: c’è la signora che conserva gli avanzi di cibo nella borsa logora o quella che tira fuori vecchi ricordi o quella che canta ed ha una voce cristallina, da giovane donna. C’è quella che si cambia d’abito tre volte al giorno, si trucca e si colora le unghie come un’adolescente e le piace sfoggiare tutto il repertorio di bracciali, anelli e orecchini, agghindandosi come una principessa maya. Ride senza denti ed è bellissima.

Mia nonna racconta e io la guardo attraverso gli occhiali poggiati sul suo naso così simile a quello di mio padre, così simile al mio. O forse no, è come quello di mio nonno che ricordo pochissimo perché se n’è andato che ero ancora bambina. E mi affiorano alla mente tanti pensieri, tante voci lontane. Il presente, il passato, il futuro, la grande mescolanza di colori che disegna i paesaggi entro cui dipingiamo la nostra storia. Una storia che non è mai solo la nostra ma che arriva da molto lontano, da un tempo così remoto che neanche mia nonna sarebbe in grado di raccontarla.

Ascoltando le sue parole mi sento investita da un senso di destino che non ho mai avvertito prima. Non credo ai percorsi segnati, alle strade tracciate, ma credo nel bagaglio individuale che ogni persona vissuta prima di me ha lasciato, andandosene. Credo che la nonna che non ho mai conosciuto abbia scritto parole che il tempo m’insegnerà a leggere e comprendere. Credo nell’eredità sentimentale.

Forse bisogna arrivare necessariamente all’età della saggezza per sapere che la vita non va sciupata. Lo sentiamo dire spesso ma non ci crediamo fino in fondo, non in tutti i momenti della vita. A volte si è troppo giovani o troppo stanchi o si va troppo di fretta. Poi la percezione del tempo cambia all’improvviso un pomeriggio d’estate in una casa di riposo, la vita rallenta, si accorcia, si paralizza su una sedia a rotelle e diventa presente. Un solo, unico istante di ora. Penso alla donna ancora così piena di vita che è mia nonna, ai suoi occhi lucidi che mi raccontano il passato. Giro lo sguardo e osservo le altre donne, nei loro occhi c’è un guizzo di allegria, sfrontatezza, rassegnazione. Vorrebbero dire ma non sanno come. Non sono realmente presenti a se stesse ma sanno ancora negarsi, concedersi, incapricciarsi. Quando le vedo impuntarsi caparbie mi sento ribollire il sangue, la vita non si arrende, a dispetto di tutto combatte per dire di no, per dire di si, per dire domani.

Cosa voglio? Dove sto andando? Incontro alla mia vita, con tutta la forza e l’ardore di cui sono capace. Incontro a me stessa, incontro alla paura, al dolore, al sorriso di un abbraccio trattenuto. Una cosa voglio dirmi e voglio dirla a tutti coloro che hanno voglia di ascoltarla: oltre la nostra paura c’è la consapevolezza, la forza, la bellezza di cui non ci crediamo capaci. Me ne accorgo nel momento in cui il desiderio di vivere diventa più forte del desiderio di rinunciare; quando il corpo inizia a fare cose in disaccordo con la mia testa, come ballare, cantare a squarcigola, ridere davanti lo specchio, piangere di felicità pensando al sogno che potrebbe avverarsi. Ma soprattutto me ne rendo conto osservando la vita, la sua ostinata e caparbia voglia di dire no, di dire si, di dire sempre e comunque domani.

Chi ti credi di essere? di Alice Munro

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Rincorro spesso questo genere di storie ultimamente. Non so se spesso e ultimamente possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello. Il genere a cui mi riferisco è quello femminile, che non ha niente a che vedere con il genere “rosa”. Doverosa distinzione, perché noto con certo sgomento con quanta facilità la letteratura femminile sia considerata roba da lacrimuccia facile, senza spessore. Frequento gente che voi umani…

La Munro invece si è portata a casa il suo Nobel per la Letteratura. Non che questo sia determinante, anzi. Però m’inorgoglisce e non per solidarietà femminile, quanto per un senso di appartenenza. E’ la stessa cosa? Non sono una che si schiera dalla parte delle donne incondizionatamente, direi piuttosto che il modo in cui alcune donne si prestano a lasciarsi usare dalla società maschilista che credono di padroneggiare, mi disturba parecchio. Ma questo è un altro discorso che magari riprenderò altrove. Dicevo della Munro. Dal momento che non leggo mai soltanto per leggere ma sempre per “andare da qualche parte”, mi son detta che questo libro poteva portarmi dove desideravo arrivare. In questo periodo sono come una spugna che assorbe, assorbe, assorbe. Cose positive per lo più, dal momento che quelle negative mi si affezionano senza che io faccia nulla per amarle. Assorbo buoni consigli, pensieri positivi, immagini di luoghi che vorrei visitare (o in cui vorrei vivere), parole, musiche, profumi. Tutto concorre al lento appropriarmi della mia identità, della mia felicità.

Chi ti credi di essere? E’ una bella domanda. Le donne della Munro sembrano essere nate dal bisogno di fuggire da un’immagine che somiglia a quella che gli altri vorrebbero che somigliassero. Non si sentono mai dire “chi sei?” ma “chi ti credi di essere?”. Quel credi dice molte cose e ne sottintende molte altre. Prima fra tutte l’accusa di essere sbagliate. Come Rose, la protagonista del romanzo, sono nata e cresciuta in provincia, in un contesto in cui è molto facile sentirsi “sbagliati”. Certo, per molti versi è un luogo rassicurante (come le serie tv, vedi qui) ma alla lunga soffocante e crudele. Rose è una bambina coraggiosa ma il suo è un coraggio che nasce dall’orrore del quotidiano e non dal suo rifiuto. Situazioni che per molte persone “normali” sarebbero semplicemente invivibili, lei le vive con quel coraggio dell’abitudine che non fa domande e non cerca risposte. E’ così e basta.

Mi sento spesso dire – e io stessa me lo dico ormai – che ci vuole coraggio a vivere in una relazione sbagliata. Ma quando è tutto quello che si ha o è tutto ciò a cui si è abituati, non è corretto chiamarlo coraggio. E’ qualcosa di molto diverso che richiede uno sforzo erculeo per essere sovvertito. Non sarò mai abbastanza grata alla Munro per la delicatezza delle sue storie e allo stesso tempo per la sua brutalità e schiettezza. Le sue donne crescono e fuggono da tutto ciò che nega loro un’identità, un diritto di essere non diverse ma semplicemente se stesse. Quindi si, diverse. Perché la diversità spaventa e umilia in molti casi, perché chi non ha fatto le nostre scelte si sente messo in discussione e tenta di piegarci con il troppo o il poco amore.

A questo punto non so più se sto parlando di Rose o di me o di altri libri che ho letto. Questo forse è il mio limite con la lettura, concentrarla sempre e solo su di me. D’altra parte non m’interessa recensire un libro, il web è già pieno di ottimi critici e sensate spiegazioni. A me interessa l’emozione che mi suscita la lettura, i pensieri che mi accende, la possibilità di condividerli. Quindi, leggete la Munro. Sebbene non mi convinca fino in fondo e sempre per un motivo strettamente personale: le sue storie hanno un amaro lieto fine.

Non so se amaro e lieto possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello.

Come separarsi in 10 mosse, dicono

Sono una di quelle persone che quando si fa la ceretta trattiene il respiro o chiude gli occhi o compie un qualche altro gesto rituale che scongiuri il sopraggiungere del dolore. Ovviamente nulla di tutto questo funziona e lo strappo arriva lacerante e definitivo. Subito dopo penso: ma chi me l’ha fatto fare? Bastano però pochi minuti, un massaggio con un olio emolliente e già sono un po’ meno pentita. Quella striscia di colla rosa non lascia spazio a dubbi di sorta, la guardo penzolare dalla mia mano come un bottino di guerra, fiera di aver superato la prova con coraggio.

Da qualche parte mi sembra di aver già scritto di avere una certa difficoltà con le cose definitive. Non mi piacciono. Sarà per questo che la mia separazione somiglia più ad uno stillicidio che ad una rottura. Mi sono fatta una cultura su internet sul come separarsi bene o sul come affrontare una separazione in 10 mosse. Sono a cavallo, mi sono detta. Da una prima velocissima lettura ho subito notato che nulla di ciò che sto facendo rientra in una strategia vincente. A seguire un piccolo assaggio.

Regola numero 1 per una efficace separazione: allontanamento immediato (no telefonate, no messaggi, no facebook, no segnali di fumo, no piccioni viaggiatori). Quello che sto facendo io: vado il fine settimana dai miei, ci vediamo tra un giorno e mezzo eh! Oppure: ma non è che se ti trasferisci a 40 km da me poi non ci vediamo più eh? Oppure: guarda che possiamo sentirci, non diventiamo mica due estranei solo perché tra noi non funziona! Eh!

Altri buoni consigli che non metterò mai in pratica sono sicuramente fare del movimento, curare l’alimentazione e mettere in atto un completo restyling della mia persona. Quest’ultimo in verità non lo reputo neanche un buon suggerimento, mi sembra più che altro un atto disperato, tant’è che non sopporto quelle persone che associano un taglio drastico di capelli a una rottura o ad una qualche catastrofe nella vita affettiva di chi hanno di fronte. Queste persone non le sopporto, come le cose definitive. Tanto meno sopporto chi cambia il guardaroba o inizia ad apparire diverso come per dimostrare chissà quale cambiamento. Sono convinta che i cambiamenti avvengono dentro, in una parte invisibile di noi e non hanno bisogno d’insegne luminose. Il vero cambiamento è silenzioso, lavora di notte (ma anche di giorno, tanto dentro è buio).

A onor del vero, mi sono anche immaginata a correre intutata alle sette di sera, sguardo eroico verso l’orizzonte, fiera, sudata, una vera macchina brucia tossine e genera endorfine. Non è detto che non lo faccia, sudare è un atto liberatorio e antisociale, dovrò provarci uno di questi giorni. Soprattutto perché mi sono sempre ripromessa di farlo, non tanto per bruciare qualche caloria in eccesso (e sono stata generosa), quanto per sentire il vento in faccia, sfidare la mia milza indolente, sentirmi concentrata e tesa a uno scopo e per una volta, integra. Non mi sono mai presa sul serio e forse questa è una buona occasione per cominciare a farlo. Allo stesso modo potrei dedicarmi a una sana alimentazione, ovvero dare fondo al mio repertorio di spezie ed erbe aromatiche che ho sempre dovuto usare con il contagocce. Già mi vedo a scodellare montagne di riso al curry e involtini vegetali alla curcuma.

La verità però è che il mondo là fuori mi spaventa e che il solo guardare i fornelli della cucina mi fa venire in mente che non avrò più nessuno a cui preparare la cena, nessuno che girerà la chiave nella serratura, nessuno da aspettare sveglia, nessuno che parcheggerà la macchina sul vialetto di casa, nessuno che metterà ordine nel frigorifero e nella mia vita.

So di non avere bisogno di tutto questo o forse sarebbe meglio dire che non è questo il motivo per cui due persone debbano restare insieme. Ma sono proprio quei dettagli insignificanti, quelle piccole cose a cui non si pensa nel vissuto del quotidiano e che anzi, forse non sopportiamo in alcuni casi, a renderci fragili e irrazionali. Così in questi giorni ho immaginato mille scenari diversi, un comodino vuoto, un silenzio diverso da tutti quelli provati fin’ora, l’assenza, la nostalgia e la paura di aver perduto qualcosa di me che credevo l’altro custodisse. Sono timori irrazionali, scenari di una solitudine con cui non sono abituata a confrontarmi, io che negli ultimi 15 anni non mi sono mai occupata veramente di me stessa. Finalmente ho l’opportunità di farlo e all’improvviso non credo di esserne capace, non so bene come si fa. E se non mi piace stare da sola? E se scopro di essere poca cosa? Piccoli grandi interrogativi che popolano le mie ultime notti, mentre lui è completamente padrone delle sue emozioni e dei suoi bisogni.

Alla fine credo che in tutte queste paure ci sia ancora, intatta e immutata, una richiesta d’amore che non è mai stata colmata, un bisogno di essere riconosciuta o conosciuta per la prima volta, di essere vista.

Anche questo, a modo suo, è un atto disperato e dovrei odiarlo come odio le cose definitive, come odio le cerette, come odio le persone che non cambiano. Non so se ci sia una ricetta per lasciarsi, forse un giorno leggerò queste pagine con quel sorriso che viene a rivedersi in un momento della vita passata, forse allora sarò felice e tutto questo mi sembrerà lo sforzo di un’anima grezza e inesperta che tenta di scoprire la sua strada.

Sono in cammino verso il sole dentro, attraverso un tunnel da cui prima o poi vedrò la luce, ne sono certa.