Paure e altri mostri

Quando cinque anni fa hanno trovato una macchia ai polmoni di mia madre, ho avuto paura. Mio padre era appena partito per il Messico e sarebbe stato fuori un mese. Avrebbe saputo solo al suo ritorno. Quella macchia ci colse di sorpresa, era andata a fare una lastra per tutto un altro motivo. Ricordo che uscì dall’ospedale con una grande agitazione, mi offrii di guidare io la macchina al ritorno ma lei voleva dare l’impressione che non fosse successo nulla, forse non voleva preoccuparmi. Per poco non ci ribaltiamo in curva, le gomme toccano il marciapiede sul lato destro e la macchina si solleva da terra. A quel punto sono davvero spaventata.

Per giorni siamo state chiuse nelle nostre angosce personali. Sarà maligno? Sarà operabile? Saremo forti abbastanza? Quanto ci sarà da soffrire?

Accompagnai mia madre ai successivi esami, le prelevarono pezzetti di quella cosa in tre punti differenti e li analizzarono. La massa era fibrosa, non sembrava maligna. Nel giro di un mese fu comunque operata, mio padre nel frattempo era tornato dal Messico. I giorni prima dell’operazione e per tutto il tempo che è dovuta stare in ospedale, sono andata a trovarla ogni giorno. Ero disoccupata a quel tempo e la considerai una fortuna, potevo occuparmi di lei e la cosa mi rendeva felice. Per una volta aveva bisogno di me e la sua fragilità mi permetteva di avvicinarla senza timore di essere respinta. Nel frattempo rassicuravo anche me stessa e mettevo alla prova la mia capacità di affrontare la paura. Ogni giorno prendevo tre mezzi diversi per arrivare in ospedale, un tragitto di due ore che non mi pesava affatto. La sera ritornavo lungo la stessa strada e non mi sono mai sentita meglio come in quel periodo di lunghi spostamenti in treno e autobus. Dicevo a me stessa che non avrei avuto più paura, che quella circostanza aveva messo alla prova la mia capacità di affrontare la vita. Che lo spavento preso era sufficiente a confrontarmi con qualsiasi altro problema. Ero stata vaccinata, finalmente. Prima di questo ero solo una persona impaurita che non sapeva nulla del dolore. Adesso che lo avevo provato, che avevo sfiorato la tragedia, la vita aveva tutto un altro sapore, tutto un altro colore. E così è stato per un periodo di tempo. Poi si dimentica forse.

Anche quando sono stata lasciata e ho iniziato a confrontarmi con una vita senza di lui, ho creduto di aver superato un’altra prova. Poi lui è tornato da me, io l’ho rifiutato, lui si è impegnato a riconquistarmi. Alla fine mi sono detta che se ero riuscita la prima volta a stare senza di lui, a rifarmi una vita incentrata su me stessa e su nuovi interessi e spazi personali, ce l’avrei fatta ancora. Non avevo più paura della separazione, non mi riguardava più questo tipo di problema. E così è stato per un periodo di tempo, poi anche questa volta devo aver dimenticato come ci si sente a riprendere in mano il controllo della propria vita.

A volte penso di aver soltanto bisogno di uno spavento. Quando mi trovo di fronte a qualcosa di enorme, come una scelta cruciale, spero sempre che accada qualcosa al di fuori della mia sfera decisionale che distolga l’attenzione dai fatti. In genere si tratta di un evento tragico, come un incidente, un furto in casa, un malore. Niente che finisca in tragedia, comunque. Insomma qualcosa con un lieto fine che mi permetta però di avere paura e trarne un qualche insegnamento.

All’aeroporto, sabato, ho avuto paura. Erano le quattro e mezza di mattina, Pulce piangeva nel suo trasportino, grattava sulla grata di plastica chiedendomi di uscire. I bagagli stipati sul carrello, poca gente in coda, fuori un freddo artico da fine del mondo. Io che annaspo per prendere il carrello cercando di contenderlo a un gruppo d’inglesi. Pulce che mi trotterella dietro assonnata, rimbambita dai mille spostamenti e cambiamenti della giornata. Io che ho solo un desiderio: scappare. Indietro, naturalmente. Poi i primi problemi con il biglietto, i documenti del cane, un’altra coda per fare un nuovo biglietto e infine il volo che chiude e io che resto con un senso di sollievo e terrore negli occhi. Davvero mi tocca rivivermi tutto questo? Domani? Non posso farcela. No, io domani disfo le valigie e cerco tra gli annunci di lavoro qualsiasi cosa. Cameriera? Va benissimo. E’ da lì che ho cominciato, posso rifarlo. Poi torno a casa mia, ripopolo la libreria e continuo con la mia vita come se nulla fosse successo. In fondo sarà pur un segno il fatto che non sia riuscita a prendere quel volo, giusto? Ma una vocina dentro di me, una dannata vocina impicciona, mi dice che non posso. Che tutto questo deve almeno essere tentato. Poi magari torno e mi trovo un posto da cameriera e ricomincio da capo a investire in un rapporto nocivo. O magari continuo a farmi la guerra con i miei genitori, nulla di nuovo sotto il sole. Ma tentare. Dire, ci ho provato. Dire, spingersi un po’ più in là. Poi l’altra vocina, quella un po’ più stronza, mi dice ma chi te lo fa fare? Se stai così male vorrà pur dire qualcosa. Non è che devi soffrire a tutti i costi. Se una cosa non ti riesce, accetta i tuo limiti, vivi di piccole cose e lascia correre. S o p r a v v i v i.

Partirò per il Brasile senza il sorriso a meno che non riesca a strapparlo da qualche parte dentro di me. Poi magari uscirà fuori, magari riuscirò ad amare, magari riuscirò a trovarmi (che dovrebbe venire prima di amare), magari riuscirò a non scappare alla prima avvisaglia di cambiamento.

Mi chiedo che tipo di spavento debba prendere per spingere il tasto Start dentro la mia testa, forse la prospettiva di una vita infelice non è abbastanza? Forse gli spaventi a lungo termine non valgono quanto quelli inaspettati che tocca affrontare tra capo e collo e ai quali non ci si può sottrarre?

Dovrò scolpirlo, ancora una volta, da sola.

Un giorno

Ogni anno sotto le feste di Natale amo guardare alcuni classici. In particolare due film di Frank Capra, La vita è una cosa meravigliosa e L’eterna illusione. Nei classici c’è qualcosa d’intramontabile (altrimenti non sarebbero classici) ma anche qualcosa che ci spinge a rivederli senza che ci stanchino mai. Mi piace chiamarlo lo spirito guida, una traccia rimasta nel tempo a custodire un messaggio. Leggevo proprio ieri l’importanza delle storie come fonti di conoscenza tramandata e credo che oggi più che mai sia importante rintracciare nelle favole moderne i fili di un racconto antico, come quello che un tempo riuniva il clan attorno al fuoco e insegnava ai più giovani le lezioni della vita.

I classici del cinema, così come la letteratura, hanno preso il posto dei racconti orali e credo sia per questo che non ci stanchiamo di vederli o ascoltarli, soprattutto in alcuni periodi dell’anno. Si vede che la nostra anima è affamata di alcune cose e le cerca in quei luoghi dove sa di poterle trovare. A me succede con i film di Frank Capra. E mi succede a Natale.

Penso alla mia famiglia e a quanto sia difficile andare d’accordo, crescere insieme, relazionarsi. Il mio ritorno a casa è stato graduale, prima solo il fine settimana, poi ho allungato di qualche giorno e infine mi ci sono stabilita. Si tratta di una transizione, breve, verso la vita che sto cercando di costruire dall’altra parte del mondo, in Brasile. Avevo bisogno di raccogliermi in me stessa. Tornare alle radici prima di affrontare il mondo, trovarmi, ascoltarmi, lasciar passare tutto il dolore. Non è stato possibile fino in fondo, i vecchi meccanismi si sono messi in moto e hanno impedito al bello di venir fuori. Alcune cose non cambiano mai.

Mi piacerebbe che in famiglia ciascuno potesse esprimere se stesso senza sentirsi giudicato od oppresso. Ho creduto che quanto accaduto in questi mesi (rotture, rivelazioni e rivoluzioni) avesse scosso alle radici i vecchi strumenti di controllo e amore (che a volte sono la stessa cosa) che per anni hanno condizionato la mia vita. Mi sbagliavo. Purtroppo non basta un unico sforzo, c’è bisogno della volontà di tutti e un grandissimo lavoro dentro di sé per cambiare le cose. Io sento di averlo fatto, di essermi impegnata molto e di aver molto sofferto ma anche molto guadagnato. Tengo stretto questo tesoro. Vorrei condividerlo con mio padre e mia madre ma loro devono nuotare in mare aperto e raggiungermi, affrontare la bufera, i forti venti, il sole caldo del mezzogiorno e il silenzio. La solitudine. E infine, il vociare confuso ma poi sempre più chiaro di un segreto. La verità su se stessi e gli altri fa male ma rende liberi e forti.

La mia è un’eterna illusione. Ho raggiunto la mia isola in mezzo al mare e getto ponti dall’altra parte in attesa di essere raggiunta. Chissà, un giorno potrebbero arrivare insieme, a braccetto come non li ho mai visti, canticchiando una canzone. Un giorno forse saremo come la famiglia raccontata da Frank Capra, delle persone complete che hanno scelto di vivere secondo le proprie inclinazioni, senza obblighi, senza costrizioni.

Un giorno.