#Dimmicosaleggi #10 libri

Dico sempre che le catene e le nomination non sono pane per i miei denti, ma quando si tratta di libri non ragiono più! Devo ringraziare Rossella e Roberta per avermi pensata nonostante il mio lungo silenzio. Grazie a loro torno alle parole e alla voglia di condividerle.

Che libri porterei  se partissi per la Siberia? E se la destinazione fosse invece il Brasile e la partenza fosse tra due mesi? Ho già immaginato di stipare libri in ogni recondito buco della valigia ma anche così facendo sarò costretta a lasciare a casa molti di loro. Ma non questi 10, questi verranno senz’altro con me:

  1. Teresa Batista stanca di guerra (Jorge Amado) – Il Pasolini brasiliano, cantore degli emarginati e delle bellezze di una terra spaccata da tante ferite. Teresa la porterei ovunque in qualsiasi parte del mondo. Un grande romanzo e una grande storia di lotta.
  2. Sulla strada (Jack Kerouac) – Il primo libro che mi ha fatta sognare e avvicinare a quella parte inquieta di me stessa che ho imparato ad amare.
  3. Zanna bianca (Jack London) – Nessun luogo è veramente selvaggio senza i libri di London.
  4. Donne che corrono coi lupi (Clarissa Pinkola) – Per il bisogno di appagare le proprie storie emotive, sedute attorno a un fuoco a cantare antiche canzoni.
  5. Cosmo (Carl Sagan) – Mai senza.
  6. Il barone rampante (Italo Calvino) – Una favola da leggere ad alta voce.
  7. Il segreto del bosco vecchio (Dino Buzzati) – Spiriti e spiritelli dei boschi, la bellezza di una natura che ancora non abbiamo imparato a comprendere e rispettare. Piccolo gioiello.
  8. Senza perdere la tenerezza (Paco Taibo III) – Se rinascessi uomo, vorrei rinascere Guevara.
  9. Il tesoro greco (Irving Stone) – Per appagare la mia fame di ruderi, la biografia dell’uomo che ha scoperto Troia. Una vera avventura.
  10. Cristo con il fucile in spalla (Ryszard Kapuscinski) – Dovrò pur portare un libro che ancora non ho letto! Da sempre nella mia wish list…

Scusate se interrompo la catena e se forse ho perso qualche passaggio, come ad esempio inserire un link: non sono una brava blogger! Ma chiunque passi di qui e voglia lasciare la sua lista è il benvenuto, amo condividere le letture!

P.S. a breve darò mie notizie!

Chi ti credi di essere? di Alice Munro

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Rincorro spesso questo genere di storie ultimamente. Non so se spesso e ultimamente possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello. Il genere a cui mi riferisco è quello femminile, che non ha niente a che vedere con il genere “rosa”. Doverosa distinzione, perché noto con certo sgomento con quanta facilità la letteratura femminile sia considerata roba da lacrimuccia facile, senza spessore. Frequento gente che voi umani…

La Munro invece si è portata a casa il suo Nobel per la Letteratura. Non che questo sia determinante, anzi. Però m’inorgoglisce e non per solidarietà femminile, quanto per un senso di appartenenza. E’ la stessa cosa? Non sono una che si schiera dalla parte delle donne incondizionatamente, direi piuttosto che il modo in cui alcune donne si prestano a lasciarsi usare dalla società maschilista che credono di padroneggiare, mi disturba parecchio. Ma questo è un altro discorso che magari riprenderò altrove. Dicevo della Munro. Dal momento che non leggo mai soltanto per leggere ma sempre per “andare da qualche parte”, mi son detta che questo libro poteva portarmi dove desideravo arrivare. In questo periodo sono come una spugna che assorbe, assorbe, assorbe. Cose positive per lo più, dal momento che quelle negative mi si affezionano senza che io faccia nulla per amarle. Assorbo buoni consigli, pensieri positivi, immagini di luoghi che vorrei visitare (o in cui vorrei vivere), parole, musiche, profumi. Tutto concorre al lento appropriarmi della mia identità, della mia felicità.

Chi ti credi di essere? E’ una bella domanda. Le donne della Munro sembrano essere nate dal bisogno di fuggire da un’immagine che somiglia a quella che gli altri vorrebbero che somigliassero. Non si sentono mai dire “chi sei?” ma “chi ti credi di essere?”. Quel credi dice molte cose e ne sottintende molte altre. Prima fra tutte l’accusa di essere sbagliate. Come Rose, la protagonista del romanzo, sono nata e cresciuta in provincia, in un contesto in cui è molto facile sentirsi “sbagliati”. Certo, per molti versi è un luogo rassicurante (come le serie tv, vedi qui) ma alla lunga soffocante e crudele. Rose è una bambina coraggiosa ma il suo è un coraggio che nasce dall’orrore del quotidiano e non dal suo rifiuto. Situazioni che per molte persone “normali” sarebbero semplicemente invivibili, lei le vive con quel coraggio dell’abitudine che non fa domande e non cerca risposte. E’ così e basta.

Mi sento spesso dire – e io stessa me lo dico ormai – che ci vuole coraggio a vivere in una relazione sbagliata. Ma quando è tutto quello che si ha o è tutto ciò a cui si è abituati, non è corretto chiamarlo coraggio. E’ qualcosa di molto diverso che richiede uno sforzo erculeo per essere sovvertito. Non sarò mai abbastanza grata alla Munro per la delicatezza delle sue storie e allo stesso tempo per la sua brutalità e schiettezza. Le sue donne crescono e fuggono da tutto ciò che nega loro un’identità, un diritto di essere non diverse ma semplicemente se stesse. Quindi si, diverse. Perché la diversità spaventa e umilia in molti casi, perché chi non ha fatto le nostre scelte si sente messo in discussione e tenta di piegarci con il troppo o il poco amore.

A questo punto non so più se sto parlando di Rose o di me o di altri libri che ho letto. Questo forse è il mio limite con la lettura, concentrarla sempre e solo su di me. D’altra parte non m’interessa recensire un libro, il web è già pieno di ottimi critici e sensate spiegazioni. A me interessa l’emozione che mi suscita la lettura, i pensieri che mi accende, la possibilità di condividerli. Quindi, leggete la Munro. Sebbene non mi convinca fino in fondo e sempre per un motivo strettamente personale: le sue storie hanno un amaro lieto fine.

Non so se amaro e lieto possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello.

Canne al vento di Grazia Deledda

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Sono attratta da tutto ciò che è a Sud o che si muove verso quella direzione. Anche le mie letture negli ultimi anni si sono avvicinate a questa mia inclinazione. Non so quando sia cominciata, credo di averla sempre avuta latente finché qualcosa non ha innescato la scintilla.

Ieri ho finito il libro della Deledda, il suo famoso Canne al vento. Scrittrice sarda attiva tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vincitrice del Nobel nel 1926, non poteva non incrociare il mio cammino. In tutti questi anni mi era sfuggita. Arrivo alle mie letture sempre per vie inaspettate, a volte per semplici incroci o casualità, attraverso un filo turchino. Si, sempre lui (vedi qui).

Oltretutto la Deledda è una donna e io amo molto la scrittura femminile, come se tra le righe cercassi sempre me stessa o una vecchia amica. Ma non è solo questo. Sono sensibile alle forme di coraggio, di partecipazione, di lotta che le donne hanno dimostrato nei più diversi aspetti della vita, compresa quella artistica. Sento il bisogno di affrancarmi dall’immagine di donna che campeggia sui cartelloni pubblicitari e che molte donne oggigiorno imitano.

Lo scorso anno lessi Accabadora della Murgia, un romanzo sempre di ambientazione sarda. Ne rimasi colpita. Prima della Deledda, solo un mese fa, ho letto un altro libro che è stato una bellissima sorpresa. Mille anni che sto qui, di Mariolina Venezia. Speravo con la Deledda di continuare il mio viaggio nel Sud Italia attraverso una scrittura femminile ma mi sono trovata spiazzata e alla fine della lettura, arrabbiata.

Il tema del racconto è la fragilità. Condizione umana che succede a tutti di provare nella vita. Ma la Deledda lascia che i suoi personaggi soccombano senza speranza né dignità, schiacciati dalla loro natura di peccatori. Gli aspetti più belli e contraddittori dell’animo umano vengono mortificati, repressi da una cultura del sacrificio di matrice cattolica. Tutto questo è semplicemente imperdonabile. Più o meno negli stessi anni, un’altra donna in un’altra parte d’Italia, lasciava il marito e il figlio per il suo diritto alla vita. Sceglieva di essere donna in una società che aveva già scelto per lei.

Non riesco ad accettare un romanzo come quello della Deledda. Mi fa arrabbiare, mi fa venire voglia di scuoterla forte. In questo senz’altro ravviso qualcosa che mi sta molto a cuore: il mio bisogno di liberarmi dalle pastoie che frenano la mia vitalità. Non riesco ad accettare una storia senza lotta, senza ribellione, una storia il cui messaggio di fondo è quello della cieca sottomissione e autoflagellazione. La Deledda avrebbe potuto scegliere molti modi per raccontare la sua terra ma ha scelto quello che meglio aderiva alle sue scelte personali e nel farlo ha punito il suo personaggio migliore, rendendolo indegno del rispetto della comunità. Al contrario, il racconto finisce come si è conclusa la sua vita, senza gioia e con docile rassegnazione.

Non so se mi avvicinerò ancora ai suoi romanzi, per il momento non credo succederà. Mi sono appena avventurata in un romanzo della Munro, altro Nobel per la Letteratura, altra donna. Non mi arrendo. Io no.