Le strade di Brasilia

20160221_140915

Brasilia dalla Torre della Tv

Vista dall’alto sembra un enorme fiore. Le sue strade si attorcigliano tutte, mannaggia a loro. Chi l’ha ideata forse non immaginava che un giorno sarebbe diventata una città tanto popolosa e che le strade, così come sono state concepite, sarebbero state un problema. Eppure Brasilia è nata per diventare la capitale, è stata strappata al deserto con questo unico e preciso intento. Mi piacerebbe tanto fare due chiacchiere con Lúcio Costa, il pianificatore urbano. Lúcio – gli direi – ma ti pare possibile questo intreccio di strade che salgono e scendono? Ti pare possibile che le vie non abbiano un nome? E che per imboccare un’uscita mi tocca tagliare tre corsie, con il traffico brasiliano che è come una giostra medievale? Già, perché i brasiliani per strada sono davvero pericolosi. Superano a destra, tanto per cominciare. Non perché siano spericolati, ma perché qui non esiste la corsia di sorpasso. La destra e la sinistra sono solo due direzioni possibili, non hanno nulla a che vedere con un’etica stradale. Bisogna avere cento occhi e non distrarsi mai, soprattutto quando si cerca di prendere un ritorno. I ritorni sono svincoli che collegano le grandi arterie della città che l’attraversano da una parte all’altra. Perché – non ve l’ho ancora detto ma sicuramente lo sapete – Brasilia ha la forma di un aereo, anche se inizialmente doveva essere una croce. E le strade che la percorrono da un’ala all’altra – quelle rumorosissime strade che passano proprio sotto casa mia – sono tutte a senso unico. Per questo sono piene di ritorni e uscite, che creano quei meravigliosi disegni a fiori.

 La strada che attraversa le ali da Nord a Sud è l’Eixo e siccome i brasiliani hanno un diminutivo per tutto – nel paese delle cose grandi, ogni cosa ha bisogno di essere rimpicciolita – c’è anche l’Eixino che scorre parallelo. Entrambe le strade passano sotto le mie finestre ed è un getto continuo di macchine, un ciclo che non si arresta mai. Le strade arrivano ovunque, non esistono piazze in questa città. Lo giuro, niente piazze, solo strade dritte. Tutto si affaccia sulla strada: negozi, locali, supermercati, case. La strada è socialità, è il luogo in cui si svolge la vita, in cui non c’è neanche bisogno di aggirare i palazzi perché sono sospesi su palafitte di cemento e basta attraversarli. Per i brasiliani la strada è come una grande casa e la casa, quella vera, è un luogo in cui trascorrono relativamente poco tempo.

La strada è il luogo in cui le classi sociali si mescolano e s’incrociano, ma è un incrocio che porta sempre in direzioni opposte. I dipendenti statali escono di casa la mattina e danno il cambio a una moltitudine di domestiche, giardinieri, portieri, lavamacchine (e lustrascarpe, esistono ancora), muratori e operai. I secondi scendono dagli autobus, numerosissimi, mentre i primi invadono l’Eixo e l’Eixino diretti verso il centro amministrativo della città. Due mondi paralleli, l’uno accanto all’altro, in quella che è la città più ricca del Paese. Brasilia rimane un luogo atipico, voluto e costruito come simbolo della crescente potenza economica brasiliana, privo di una sua vera identità e cultura. I primi abitanti della città, i Candangos, sono stati i lavoratori che l’hanno costruita, gente arrivata da ogni parte del Brasile a costruire case, scuole e ovviamente strade.

La cosa più strana che mi è capitata, dopo 15 ore di aereo, è stata sentire di non essere arrivata in Sud America. Si respira quel benessere, incarnato nei monumentali centri commerciali, che ben si conosce anche in Europa. Il brasiliense spende: per mangiare, per vestirsi, per andare in vacanza, per studiare le lingue. Il resto della popolazione, quella negra – che qui non è un dispregiativo – parla una sola lingua ed è l’altra faccia di una città di burocrati e studenti. Ma basta soltanto prendere una delle strade che portano fuori Brasilia, per non avere più dubbi sul fatto di trovarsi in Sud America.

Gli spazi diventano immensi, il verde e il rosso si rincorrono nel finestrino della macchina – il verde della vegetazione e il rosso della terra. Le cittadine sono agglomerati di case basse e scrostate; s’incontrano campetti da calcio e baretti in cui la gente del posto trascorre la domenica bevendo cerveja. C’è sporcizia e un senso misto tra desolazione e allegria, che trasuda da ogni vicolo della strada.

La strada, sempre lei. Da dove arriva continuamente odore di aglio e churrasquino che con riso, fagioli e mandioca è il piatto tipico di questi luoghi.

Ho smesso di affacciarmi alla finestra da quando sono arrivata a Brasilia. Il rumore del traffico è un sottofondo continuo e tra i rami degli alberi riesco a vedere soltanto le macchie colorate delle carrozzerie. La strada è sempre lì, a ricordarmi che non c’è deserto tanto grande da impedire a una città di sorgere.

Se si applicasse questo principio ad ogni aspetto della vita, sarebbe più lieve anche quel senso di desolazione e allegria che alberga a volte dentro i nostri cuori.

20160204_113033

Monumento ai Candangos nella Piazza dei Tre Poteri

 

 

 

Paure e altri mostri

Quando cinque anni fa hanno trovato una macchia ai polmoni di mia madre, ho avuto paura. Mio padre era appena partito per il Messico e sarebbe stato fuori un mese. Avrebbe saputo solo al suo ritorno. Quella macchia ci colse di sorpresa, era andata a fare una lastra per tutto un altro motivo. Ricordo che uscì dall’ospedale con una grande agitazione, mi offrii di guidare io la macchina al ritorno ma lei voleva dare l’impressione che non fosse successo nulla, forse non voleva preoccuparmi. Per poco non ci ribaltiamo in curva, le gomme toccano il marciapiede sul lato destro e la macchina si solleva da terra. A quel punto sono davvero spaventata.

Per giorni siamo state chiuse nelle nostre angosce personali. Sarà maligno? Sarà operabile? Saremo forti abbastanza? Quanto ci sarà da soffrire?

Accompagnai mia madre ai successivi esami, le prelevarono pezzetti di quella cosa in tre punti differenti e li analizzarono. La massa era fibrosa, non sembrava maligna. Nel giro di un mese fu comunque operata, mio padre nel frattempo era tornato dal Messico. I giorni prima dell’operazione e per tutto il tempo che è dovuta stare in ospedale, sono andata a trovarla ogni giorno. Ero disoccupata a quel tempo e la considerai una fortuna, potevo occuparmi di lei e la cosa mi rendeva felice. Per una volta aveva bisogno di me e la sua fragilità mi permetteva di avvicinarla senza timore di essere respinta. Nel frattempo rassicuravo anche me stessa e mettevo alla prova la mia capacità di affrontare la paura. Ogni giorno prendevo tre mezzi diversi per arrivare in ospedale, un tragitto di due ore che non mi pesava affatto. La sera ritornavo lungo la stessa strada e non mi sono mai sentita meglio come in quel periodo di lunghi spostamenti in treno e autobus. Dicevo a me stessa che non avrei avuto più paura, che quella circostanza aveva messo alla prova la mia capacità di affrontare la vita. Che lo spavento preso era sufficiente a confrontarmi con qualsiasi altro problema. Ero stata vaccinata, finalmente. Prima di questo ero solo una persona impaurita che non sapeva nulla del dolore. Adesso che lo avevo provato, che avevo sfiorato la tragedia, la vita aveva tutto un altro sapore, tutto un altro colore. E così è stato per un periodo di tempo. Poi si dimentica forse.

Anche quando sono stata lasciata e ho iniziato a confrontarmi con una vita senza di lui, ho creduto di aver superato un’altra prova. Poi lui è tornato da me, io l’ho rifiutato, lui si è impegnato a riconquistarmi. Alla fine mi sono detta che se ero riuscita la prima volta a stare senza di lui, a rifarmi una vita incentrata su me stessa e su nuovi interessi e spazi personali, ce l’avrei fatta ancora. Non avevo più paura della separazione, non mi riguardava più questo tipo di problema. E così è stato per un periodo di tempo, poi anche questa volta devo aver dimenticato come ci si sente a riprendere in mano il controllo della propria vita.

A volte penso di aver soltanto bisogno di uno spavento. Quando mi trovo di fronte a qualcosa di enorme, come una scelta cruciale, spero sempre che accada qualcosa al di fuori della mia sfera decisionale che distolga l’attenzione dai fatti. In genere si tratta di un evento tragico, come un incidente, un furto in casa, un malore. Niente che finisca in tragedia, comunque. Insomma qualcosa con un lieto fine che mi permetta però di avere paura e trarne un qualche insegnamento.

All’aeroporto, sabato, ho avuto paura. Erano le quattro e mezza di mattina, Pulce piangeva nel suo trasportino, grattava sulla grata di plastica chiedendomi di uscire. I bagagli stipati sul carrello, poca gente in coda, fuori un freddo artico da fine del mondo. Io che annaspo per prendere il carrello cercando di contenderlo a un gruppo d’inglesi. Pulce che mi trotterella dietro assonnata, rimbambita dai mille spostamenti e cambiamenti della giornata. Io che ho solo un desiderio: scappare. Indietro, naturalmente. Poi i primi problemi con il biglietto, i documenti del cane, un’altra coda per fare un nuovo biglietto e infine il volo che chiude e io che resto con un senso di sollievo e terrore negli occhi. Davvero mi tocca rivivermi tutto questo? Domani? Non posso farcela. No, io domani disfo le valigie e cerco tra gli annunci di lavoro qualsiasi cosa. Cameriera? Va benissimo. E’ da lì che ho cominciato, posso rifarlo. Poi torno a casa mia, ripopolo la libreria e continuo con la mia vita come se nulla fosse successo. In fondo sarà pur un segno il fatto che non sia riuscita a prendere quel volo, giusto? Ma una vocina dentro di me, una dannata vocina impicciona, mi dice che non posso. Che tutto questo deve almeno essere tentato. Poi magari torno e mi trovo un posto da cameriera e ricomincio da capo a investire in un rapporto nocivo. O magari continuo a farmi la guerra con i miei genitori, nulla di nuovo sotto il sole. Ma tentare. Dire, ci ho provato. Dire, spingersi un po’ più in là. Poi l’altra vocina, quella un po’ più stronza, mi dice ma chi te lo fa fare? Se stai così male vorrà pur dire qualcosa. Non è che devi soffrire a tutti i costi. Se una cosa non ti riesce, accetta i tuo limiti, vivi di piccole cose e lascia correre. S o p r a v v i v i.

Partirò per il Brasile senza il sorriso a meno che non riesca a strapparlo da qualche parte dentro di me. Poi magari uscirà fuori, magari riuscirò ad amare, magari riuscirò a trovarmi (che dovrebbe venire prima di amare), magari riuscirò a non scappare alla prima avvisaglia di cambiamento.

Mi chiedo che tipo di spavento debba prendere per spingere il tasto Start dentro la mia testa, forse la prospettiva di una vita infelice non è abbastanza? Forse gli spaventi a lungo termine non valgono quanto quelli inaspettati che tocca affrontare tra capo e collo e ai quali non ci si può sottrarre?

Dovrò scolpirlo, ancora una volta, da sola.