Pezzi di me

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Sono arrivata a Brasilia il 3 Febbraio alle prime luci della mattina. Ho lasciato alle mie spalle tutto: la mia casa, la mia famiglia, la macchina che alla fine non ho voluto vendere (un altro pezzo di me che se ne andava, non ce l’ho fatta) e la mia pulciosa. La mia piccola palletta di pelo se n’è andata e mi ha spezzato il cuore che già di suo era parecchio malconcio.

Avevo immaginato tante volte la partenza: senso di sollievo, distacco da terra, leggerezza, erano solo alcune delle emozioni che contavo di provare. Tutti a farmi mille incoraggiamenti, a invidiarmi, “e dai che lì è sempre estate!”, e io invece a fare i conti con i pezzi di me che ogni giorno ero costretta a lasciare. Credevo di non poter rinunciare a nulla, poi sono stata costretta a farlo. A un certo punto non sapevo neanche se chiamarlo coraggio, mi sono buttata sperando che il dolore finisse presto. Ho preso tutto quello che veniva senza contrastarlo, senza oppormi. Non volevo fingere di stare bene, non volevo sforzarmi. Ero troppo stanca e mi faceva male tutto: la testa, la pancia, il cuore, gli occhi gonfi di pianto. E’ stata la cosa più difficile che abbia mai fatto ma l’ho fatta. Male, bene, ma l’ho fatta. Sono in Brasile. Senza la mia casa, senza la mia famiglia, senza il mio cane. Senza i tanti pezzi di me.

Uno passa una vita a farsene una, almeno decente, in cui mettersi comodo e dire: questa cosa l’ho fatta, non dovrò pensarci mai più. Non dovrò più passarci attraverso. E allora si fa di tutto per mantenere insieme le cose, si ricorre a ogni tipo di colla e di toppa e magari per qualche tempo o per tutta la vita funziona. Si tira avanti. Io l’ho fatto e non me ne vergogno, probabilmente lo rifarei. Se tieni a qualcosa, lotti per non perderla, lotti anche contro te stesso, ti fai del male. Alla fine tutto si riduce a questo, alla capacità di sopportare e tirare avanti.

Non mi stancherò di ripeterlo: cambiare non è facile. Non basta andare dall’altra parte del mondo, non basta svegliarsi in Brasile. Ma è importante che si faccia il possibile per non arrendersi, per non tirare avanti. Per smetterla di sopportare. Per smetterla di essere come le matrioske, una dentro all’altra, sempre identiche, sempre le stesse perché qualcuno ci ha insegnato che è così che funziona. Questa catena si può rompere, è possibile farlo e bisogna almeno tentare.

Si può andare in pezzi, si deve farlo a volte. Pezzi di me come coriandoli nell’aria.

Nuovi orizzonti

Sono seduta sul divano della mia nuova casa e guardo il mare. Be’ non proprio, visto che l’anta della persiana non vuole saperne di restare aperta e devo ricordarmi ogni volta di bloccarla. Ma non con i ganci, che sono tutti arrugginiti e una volta per poco non ci ho passato la nottata a cercare di sbloccarli, ma con una delle tante cianfrusaglie trovate sul balcone a misura di stendino e che in verità butterei volentieri nel cassonetto.

Questa è una casa a incastro, ogni volta devo ricordarmi la giusta sequenza, come in uno di quei giochi di abilità in cui una mossa ne sblocca necessariamente un’altra. Il bagno ne è l’esempio più eclatante. Il momento della doccia è una sorta di quiz a premi: il tappetino va steso prima o dopo aver chiuso la porta? la cartaigienica va tolta prima di aprire il rubinetto dell’acqua? lo straccio per asciugare è bene averlo a portata di mano? e l’accappatoio? Se vedeste le dimensioni del bagno capireste. Non dispongo di un piatto doccia ma di una semplice tenda che colma la distanza di quei 10 cm che mi dividono dallla tazza (comunemente detto water). Quindi se non mi ricordo di spostare la cartaigienica posso dire addio a un rotolo al giorno. La prima volta che sono “uscita” dalla doccia – dopo aver litigato con la tenda che per tutto il tempo mi si è incollata al corpo bagnato – solo dopo essermi asciugata e sistemata mi sono resa conto del lago che nel frattempo era cresciuto alle mie spalle. Ovviamente mi sono dovuta bagnare i piedi di nuovo per sistemare quel casino. Il top è quando dimentico di prendere l’accappatoio, che non posso attaccare dietro la porta o non avrei spazio per lavarmi i denti o la faccia.

Ma sono felice.

Anche dopo aver salito i tre piani di scale senza ascensore, con il fiatone e i polpacci che gridano vendetta. Anche dopo aver asciugato la pipì della mia pulciosa in tutta casa e aver raccolto i tappetini assorbenti che sparpaglio in giro speranzosa. Anche dopo una giornata triste e capricciosa, in cuor mio sono felice.

Felice di aver fatto questo passo e di essere ancora tutta intera, ancora tutta me.

Mi sono dovuta abituare al rumore del mare, un incessante frastuono che mi ha tenuta sveglia la prima notte (a farmi compagnia l’olezzo del ristorante di pesce proprio qui sotto) ma a cui mi sto lentamente abituando, complici i tappi di cera di cui ho fatto scorta. Da quando sono arrivata il tempo è stato mutevole, in completa sintonia con i miei sbalzi d’umore. Il cielo non è mai lo stesso, cambia di continuo, un’infinita gamma di colori che lo rendono ogni giorno un paesaggio diverso. Li chiamo i miei nuovi orizzonti dai quali mi affaccio ad annusare l’aria che sa di salsedine, di mare, di avventure.

A volte mi fermo a riflettere su tutti questi cambiamenti, ma cerco di non farlo troppo spesso. Pensarci mi fa cadere nel panico, nella paura a volte nell’angoscia. Una parte di me sta rimanendo indietro, la sto abbandonando. E’ un commiato necessario ma doloroso. Sto vivendo, per la prima volta sto vivendo davvero.

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Dov’ero rimasta?

Già, dov’ero rimasta? In queste ultime settimane sono venuta meno al mio impegno di scrittura che in fondo non dovrebbe essere un impegno vero e proprio ma un momento da dedicarmi e da coltivare liberamente. Quindi, si, per me una forma di “dovere” perché in quanto a prendermi cura di me sono un po’ una frana. Crocerossina instancabile quando si tratta di conquistarmi l’amore di ogni anaffettivo nel raggio di 10 metri da me, so diventare una vera macchina da guerra quando si tratta di adottare una qualsiasi forma d’indulgenza verso la sottoscritta. Per questo devo impegnarmi a volermi bene, a non castigarmi, a non mettermi sotto pressione da sola.

Purtroppo le ultime settimane sono state troppo: troppo lunghe, troppo dolorose, troppo cariche di cambiamenti. Qualcuno che mi segue già lo sa, perché due righe sulla mia pagina facebook non ho potuto fare a meno di scriverle. Ho trovato casa. La primissima reazione è stata di sollievo: qualcosa si è sciolto dentro di me, finalmente potevo smettere di cercare, immaginare, congetturare come sarebbe stata questa casa in cui ricominciare da me. Improvvisamente era diventata reale, innescando tutta un’altra serie di reazioni a catena. Ma quel primo momento di sollievo è stato prezioso e importante, affatto trascurabile.

Ho trascorso queste ultime settimane a sistemare la mia nuova casa, a preoccuparmi fuori misura per ogni piccola cosa, a darmi scadenze rigide e a rimproverarmi come ai bei vecchi tempi (che in realtà non sono mai stati vecchi perché è un’abitudine che fatica a morire). Quindi mi sono chiusa dentro di me, convinta che non fossi “degna” d’interagire con nessuno fino a quando non avessi portato a casa il risultato. In realtà di risultati ne ho portati a casa parecchi ma non me li sono mai voluti riconoscere, almeno non pienamente.

Da questa esperienza che sto vivendo ho capito molte cose, sebbene metterle in pratica nella vita di tutti i giorni sia comunque un esercizio difficile e pieno di ostacoli. Ho capito che non bisogna essere troppo esigenti con se stessi, soprattutto se si è feriti e si sta cercando la propria strada; ho capito che anche i piccoli risultati sono importanti e a modo loro devono essere accolti e festeggiati. Ho capito che non c’è verso di cambiare restando immobili e aspettando che qualcosa cambi intorno o fuori di noi. Il cambiamento è fatto di sudore e rinunce, di fatica.

Ho sentito spesso parlare di comfort zone ma ne ho realmente capito il significato solo di recente. Lasciare la propria zona di comfort è accettare di correre un rischio, di mettersi in gioco. Restare aggrappati alle proprie certezze o rassicuranti abitudini può senza dubbio farci sentire al sicuro ma non potrà mai dischiuderci la possibilità di cambiare veramente e di aprirci a nuove possibilità.

Detto questo, confesso che non sto andando “a meta” rapida come una scheggia solo per essermi motivata. Ma riconosco che motivarsi aiuta a superare quei momenti in cui si è tentati di mandare tutto all’aria pur di sentirsi di nuovo al sicuro, protetti, sotto controllo. A me succede spesso.

Il controllo. Credo che smettere di controllare e controllarsi sia il primo vero passo verso la possibilità di viversi qualcosa di nuovo e potenzialmente bello. Che non vuol dire buttarsi alla cieca senza paracadute ma al contrario: iniziare a vedere con nuovi occhi e smetterla di essere troppo esigenti con se stessi e sopratutto avere più fiducia nelle proprie capacità.

Il grande passo mi aspetta. Mi sto preparando a non essere pienamente pronta, a lasciarmi andare e per una volta vedere cosa succede, accogliere il cambiamento invece di contrastarlo.

A prestissimo…

Stanca di guerra

Pezzettino di Leo Lionni

Pezzettino di Leo Lionni

Non sono sparita, sono rimasta vigile in attesa cercando di assumere una posizione ascetica da loto, ma con scarsi risultati. Più che altro mi sono rigirata nel letto, in preda a preoccupazioni varie e incastri del quotidiano. Questo mi ha permesso di avere l’ennesimo alibi perfetto per spingere un po’ più in là i progetti per il futuro.

Credo sia la prima volta che uso queste parole. Progetti per il futuro. Hanno un bellissimo suono, non vi pare? A me fanno sentire come se fossi in procinto di ricominciare da zero (o da tre, sperando di non dover buttare via proprio tutto), un’occasione che non capita tutti i giorni. Dovrei forse spiegare cosa sta accadendo alla mia vita se è vero che l’intento di questo mio sforzo titanico di mettere su un blog sia lasciare una traccia della mia esperienza nonché la possibilità di rileggermi tra qualche tempo, annuendo e sorridendo come solo si fa dall’altra parte del ponte. Un’altra cosa che forse farò sarò salutare la mia vecchia vita agitando la mano in aria, raggiante di lacrime, libera di correre su quella parte di prato che prima scorgevo solo in lontananza.

Mi sto preparando ad un viaggio importante e vorrei avere un libretto d’istruzioni con tutte le indicazioni necessarie per non fallire o perdermi da qualche parte o soffrire. Purtroppo è un po’ più complesso di così e il mio infantile desiderio di arraffare la felicità come fanno i bambini, con i pugni chiusi, inizia ad essere un vero intralcio o peggio un pericoloso fardello. Il fatto è che tenere tutto in equilibrio proprio non è più possibile, così come non è più possibile tenere tutto in ogni senso. Ma come si fa a lasciar andare? Ci sto lavorando. Giorno dopo giorno accetto qualcosa che credevo non sarei mai riuscita ad accettare e guardo al futuro sempre con maggior chiarezza. E’ molto faticoso e io sono stanca di guerra.

Venerdì mattina ho un appuntamento per un affitto, fin’ora è andato tutto storto con la ricerca di una casa, probabilmente anche perché mi boicotto da sola. Continuo ad avere paura, ci convivo da così tanto tempo che non ricordo più cosa voglia dire sentirsi al proprio posto, senza contraddizioni. E’ proprio così, mi sembra di essere costantemente altrove o sulla strada per raggiungerlo. Solo che invece di prendere la via maestra mi muovo in un labirintico percorso fatto di salite, buche, strade senza uscita. Allora torno indietro, riprogrammo, rielaboro, ricomincio. Con una consapevolezza in più ma sempre con la stessa paura di trovarmi di fronte ad una inevitabile scelta. Mi sento dire che tutto andrà bene, che oltre la paura c’è la bellezza di ritrovarsi rafforzati rispetto alla vita. Una parte di me ne è anche convinta. L’altra parte va ancora cercando l’intero a cui appartiene.

Questo mi fa venire in mente una bellissima storia di Leo Lionni che la mia cara amica A. mi ha fatto conoscere. E’ la storia di Pezzettino. La morale della favola è di quelle che tutti conosciamo ma che in certi momenti amiamo ci vengano ripetute. Le immagini rendono poi tutto più dolce, come una voce melodiosa che ci tranquillizza dicendo che tutto andrà bene veramente, basta credere in se stessi. Allora ci sentiamo come Pezzettino, alla ricerca dell’intero a cui apparteniamo, una ricerca che ci porta ad attraversare le tante avversità della vita ma c’insegna alla fine che non siamo un pezzetto di qualcosa fuori di noi. Al contrario siamo già noi stessi un intero, con tutte le nostre sfaccettature, con tutti i pezzetti che ci appartengono.

Voglio iniziare a vedermi così, a volermi bene così. Senza più guerre. Senza più pezzetti sparsi fuori di me.

E’ facile tirare un calcio in una pozza maleodorante, ma avvicinare la punta del piede al laghetto dei cigni è un’altra cosa.

Il lancio dello zaino

Ho uno zainetto Quechua verde comprato anni fa da Decathlon, in uno di quegli slanci salutisti che durano come una folata di vento. Freddo ovviamente, di quelli che ti riportano subito alla realtà. Comunque l’ho sfruttato. Due giorni sulla Majella a sudare l’anima gli hanno reso giustizia. Dopo di che è stato relegato nel fondo dell’armadio insieme a tutte le borse in disuso (anche quelle durano al massimo una stagione). Sono allergica alle borse, non le sopporto. Infatti le rimedio a destra e a manca quando ne ho bisogno per tal uscita o tal abbinamento ma per il resto cerco di disfarmene il più  velocemente possibile. Che poi sono una di quelle persone che ama portarsi dietro la casa anche per andare in ufficio, quindi in teoria la borsa dovrebbe essere il mio accessorio per eccellenza. Ho cercato un marsupio (si, fa tanto giovane marmotta ma io lo trovo pratico e felice) abbastanza capiente da contenere un libro ma la ricerca non è stata fruttuosa. Poi il colpo di genio. Lo zainetto Quechua! E’ diventato talmente parte di me che ci ho anche affrancato la spilla di Totoro come segno di riconoscimento, che è un po’ come un nome di battesimo.

Ogni tanto faccio l’inventario del suo contenuto, senza contare il fatto che è il primo posto in cui vado a cercare i miei innumerevoli oggetti smarriti, dagli elastici all’assicurazione dell’auto. Mi rassicura sapere che uno spazio così piccolo possa contenere molte delle cose che reputo essenziali: libro di lettura, fodera degli occhiali, quaderno da scrittura, penne e matite, elastici e fermagli, rossetto che poi non uso, carte varie (tra cui l’assicurazione, il bollo, scontrini vari, biglietti scaduti ecc, ecc…). Fazzoletti, chiavi casa macchina ufficio, cellulare, caricabatteria, lo zaino fagocita tutto. Lo porto in giro come un pupetto, a tracolla dietro la schiena o davanti quando viaggio sul treno o dentro la mia caotica città. Persino sul divanetto della terapeuta lo tengo ben fermo sulle gambe, non lo butto di lato o per terra, non lo “metto da parte”. Mentre parlo giocherello con le cuciture, mi arrotolo le estremità sulle dita e lo faccio talmente tante volte che alla fine restano arricciate. Ieri, mentre parlavo durante la mia seduta quindicinale, l’ho indossato.

Il corpo non mente mai, forse possono farlo le parole o addirittura le emozioni. Ma non la gestualità inconscia, fatta di reazioni che il corpo interpreta come bisogni, necessità. Il mio bisogno a quanto pare è quello di partorire, nel senso metaforico del termine. Far uscire da me quel bambino che voglio a tutti i costi proteggere, tenermi stretto. Quel bambino che non voglio lasciare. La separazione, tutte le separazioni, causano dolore: staccarsi è vedersi più distintamente e a seconda delle circostanze, più intimamente. E’ evidente che questo non è il mio campo! Senza scendere troppo nei dettagli psicologici della questione e finire per psicoanalizzare tutti, ho capito di avere un grande lavoro da fare dentro di me.

Ve l’ho detto che sto di nuovo cercando casa? Credo di no. I corsi e ricorsi di questa storia mi hanno nuovamente portata al piano B di una mesata fa e ora mi trovo a combattere con la ricerca di una casa tutta per me, una probabile tracheite della mia pulciosa, mia nonna in casa di riposo che negli ultimi giorni è molto giù di corda (ma non combatto con questo, più che altro è un pensiero che mi addolora e che cerco di alleviare con la mia presenza) e dulcis in fundo un parto indotto di proporzioni bibliche! Non ci facciamo mancare proprio nulla…

Tanto per cominciare potresti andare a casa, sdraiarti sul letto ed esercitarti a lanciare lo zaino lontano da te. Una, due, dieci, cento volte al giorno.

Per quanti di voi si stiano chiedendo cosa ci sia di essenziale nei biglietti scaduti e negli scontrini vecchi, non ho una risposta precisa e razionale.

Per quanti di voi si stiano chiedendo se il metodo lancio dello zaino stia funzionando, ho una risposta precisa e irrazionale. Sono ancora in travaglio.

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Come separarsi in 10 mosse, dicono

Sono una di quelle persone che quando si fa la ceretta trattiene il respiro o chiude gli occhi o compie un qualche altro gesto rituale che scongiuri il sopraggiungere del dolore. Ovviamente nulla di tutto questo funziona e lo strappo arriva lacerante e definitivo. Subito dopo penso: ma chi me l’ha fatto fare? Bastano però pochi minuti, un massaggio con un olio emolliente e già sono un po’ meno pentita. Quella striscia di colla rosa non lascia spazio a dubbi di sorta, la guardo penzolare dalla mia mano come un bottino di guerra, fiera di aver superato la prova con coraggio.

Da qualche parte mi sembra di aver già scritto di avere una certa difficoltà con le cose definitive. Non mi piacciono. Sarà per questo che la mia separazione somiglia più ad uno stillicidio che ad una rottura. Mi sono fatta una cultura su internet sul come separarsi bene o sul come affrontare una separazione in 10 mosse. Sono a cavallo, mi sono detta. Da una prima velocissima lettura ho subito notato che nulla di ciò che sto facendo rientra in una strategia vincente. A seguire un piccolo assaggio.

Regola numero 1 per una efficace separazione: allontanamento immediato (no telefonate, no messaggi, no facebook, no segnali di fumo, no piccioni viaggiatori). Quello che sto facendo io: vado il fine settimana dai miei, ci vediamo tra un giorno e mezzo eh! Oppure: ma non è che se ti trasferisci a 40 km da me poi non ci vediamo più eh? Oppure: guarda che possiamo sentirci, non diventiamo mica due estranei solo perché tra noi non funziona! Eh!

Altri buoni consigli che non metterò mai in pratica sono sicuramente fare del movimento, curare l’alimentazione e mettere in atto un completo restyling della mia persona. Quest’ultimo in verità non lo reputo neanche un buon suggerimento, mi sembra più che altro un atto disperato, tant’è che non sopporto quelle persone che associano un taglio drastico di capelli a una rottura o ad una qualche catastrofe nella vita affettiva di chi hanno di fronte. Queste persone non le sopporto, come le cose definitive. Tanto meno sopporto chi cambia il guardaroba o inizia ad apparire diverso come per dimostrare chissà quale cambiamento. Sono convinta che i cambiamenti avvengono dentro, in una parte invisibile di noi e non hanno bisogno d’insegne luminose. Il vero cambiamento è silenzioso, lavora di notte (ma anche di giorno, tanto dentro è buio).

A onor del vero, mi sono anche immaginata a correre intutata alle sette di sera, sguardo eroico verso l’orizzonte, fiera, sudata, una vera macchina brucia tossine e genera endorfine. Non è detto che non lo faccia, sudare è un atto liberatorio e antisociale, dovrò provarci uno di questi giorni. Soprattutto perché mi sono sempre ripromessa di farlo, non tanto per bruciare qualche caloria in eccesso (e sono stata generosa), quanto per sentire il vento in faccia, sfidare la mia milza indolente, sentirmi concentrata e tesa a uno scopo e per una volta, integra. Non mi sono mai presa sul serio e forse questa è una buona occasione per cominciare a farlo. Allo stesso modo potrei dedicarmi a una sana alimentazione, ovvero dare fondo al mio repertorio di spezie ed erbe aromatiche che ho sempre dovuto usare con il contagocce. Già mi vedo a scodellare montagne di riso al curry e involtini vegetali alla curcuma.

La verità però è che il mondo là fuori mi spaventa e che il solo guardare i fornelli della cucina mi fa venire in mente che non avrò più nessuno a cui preparare la cena, nessuno che girerà la chiave nella serratura, nessuno da aspettare sveglia, nessuno che parcheggerà la macchina sul vialetto di casa, nessuno che metterà ordine nel frigorifero e nella mia vita.

So di non avere bisogno di tutto questo o forse sarebbe meglio dire che non è questo il motivo per cui due persone debbano restare insieme. Ma sono proprio quei dettagli insignificanti, quelle piccole cose a cui non si pensa nel vissuto del quotidiano e che anzi, forse non sopportiamo in alcuni casi, a renderci fragili e irrazionali. Così in questi giorni ho immaginato mille scenari diversi, un comodino vuoto, un silenzio diverso da tutti quelli provati fin’ora, l’assenza, la nostalgia e la paura di aver perduto qualcosa di me che credevo l’altro custodisse. Sono timori irrazionali, scenari di una solitudine con cui non sono abituata a confrontarmi, io che negli ultimi 15 anni non mi sono mai occupata veramente di me stessa. Finalmente ho l’opportunità di farlo e all’improvviso non credo di esserne capace, non so bene come si fa. E se non mi piace stare da sola? E se scopro di essere poca cosa? Piccoli grandi interrogativi che popolano le mie ultime notti, mentre lui è completamente padrone delle sue emozioni e dei suoi bisogni.

Alla fine credo che in tutte queste paure ci sia ancora, intatta e immutata, una richiesta d’amore che non è mai stata colmata, un bisogno di essere riconosciuta o conosciuta per la prima volta, di essere vista.

Anche questo, a modo suo, è un atto disperato e dovrei odiarlo come odio le cose definitive, come odio le cerette, come odio le persone che non cambiano. Non so se ci sia una ricetta per lasciarsi, forse un giorno leggerò queste pagine con quel sorriso che viene a rivedersi in un momento della vita passata, forse allora sarò felice e tutto questo mi sembrerà lo sforzo di un’anima grezza e inesperta che tenta di scoprire la sua strada.

Sono in cammino verso il sole dentro, attraverso un tunnel da cui prima o poi vedrò la luce, ne sono certa.

Piccole vittorie

Gli ultimi due fine settimana sono stati determinanti e difficili a tal punto che sto facendo il countdown per il divanetto della terapeuta. Una novità per me. Ci sono state lunghe settimane senza che succedesse assolutamente nulla e il tempo mi scivolava via tra le mani, liquido, incolore, inodore. Ora mi sembra di essermi lasciata alle spalle, nel bene o nel male, una sensazione di stagnante immobilità e con essa tante sensazioni negative.

Dopo il primo (felice) tentativo di due sabati fa, sono tornata nuovamente dai miei genitori. Questa volta è stato un po’ diverso, mio padre era in casa e io mi sono dovuta adattare alle circostanze, prima fra tutte quella di dormire con mia madre.

L’ultima volta che ho dormito nello stesso letto con lei avevo pochi anni d’età, mio padre era via per lavoro e io ne approfittavo per trasferirmi nel “lettone”, ovvero nella stanza dei giochi proibita. Da allora le cose sono un po’ cambiate, ovviamente. Nonostante ciò, mi sono detta che non poteva essere così terribile come lo immaginavo, che mi sarei raccolta nel lato più remoto del letto cercando d’ignorare la vicinanza fisica di una donna che non ricordo quando ho abbracciato l’ultima volta e se lei lo abbia mai fatto con me. Invidio un po’ quegli adulti che hanno ricordi delle sdolcinatezze materne.

Prima di arrivare a questo c’è stato però un aperto e diretto confronto con mio padre. Non credevo io stessa a quello che usciva dalla mia bocca e tanto meno al modo in cui lo dicevo. Ho affrontato mio padre. La situazione richiede la maiuscola, è doverosa. HO AFFRONTATO MIO PADRE. Da quale buco remoto avrò tirato fuori tanta lucidità e determinazione? Forse dalla stanchezza o dalla consapevolezza. O da entrambe.

Questa volta non ho lasciato alcun margine di discussione, nessuna possibilità di arginare quanto stava accadendo. Ma è davvero tanto difficile rispettare i miei desideri? Non sarebbe più maturo e razionale lasciarmi vivere la mia vita e accettare il fatto che le mie scelte possano essere prese pensando soltanto a me stessa? A questo proposito gli ho parlato anche della decisione di andare in terapia, presa un anno fa. E perché non ce l’hai detto prima? e subito dopo Ma non andare a buttare i tuoi soldi in quel modo, che sciocchezza è questa? Suppongo che il motivo per cui non mi sono confidata con loro per un anno intero è racchiuso proprio in questo atteggiamento ostile e un po’ primitivo nei confronti di tutto ciò che ha a che fare con il lato inconscio delle emozioni. A casa mia non ci si chiede come stai, si spera anzi che l’altro non si avvicini a noi con l’intenzione di rivelare il proprio piccolo e inconfessabile segreto. Salvo poi accusarlo di non essersi mai confidato.

Ad ogni modo sabato ho colto l’entità del problema che genericamente ho sempre chiamato i miei genitori. Mio padre e mia madre. Si, mi sembra di vederli distintamente per la prima volta e provare per loro una profonda compassione e tenerezza. E molta rabbia.

Sabato notte è stata una notte insonne. Mi sono alzata dal letto alle prime luci dell’alba, grata all’oscurità che finalmente si diradava. Ho visto con chiarezza chi non voglio diventare e il pericolo che corro se continuo a spingere da una parte la mia vita. Preferisco di gran lunga affrontare le mie paure, affrontare la perdita, osare, rischiare, pur di non cedere alla tentazione di una calma quanto agghiacciante rassegnazione. E devo riconoscere a me stessa che oggi sono un pizzico più forte e un pizzico più libera.

Tornare a casa

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Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato tornare a casa, dopo sei anni di abitudini diverse e spazi diversamente condivisi (o semplicemente divisi, in molti casi). E mi sono accorta che “casa” non si scorda mai, un po’ come andare in bicicletta. Ci si muove tra le stanze con la stessa disinvoltura di quando ci si abitava un tempo, sebbene ci sia qualcosa d’inevitabilmente diverso. Cerco di comprendere cosa. La posizione dei mobili? L’odore dell’ammorbidente sulle lenzuola? No, non proprio.

Forse è la prospettiva. Quel particolare modo di vedere se stessi in un momento determinato della vita. Sebbene devo confessare che dormire nel mio letto, quello in cui ho passato le notti della mia infanzia/adolescenza, è stato meno impressionante di quanto credessi. Devo aver raggiunto un livello di malessere tale che separarmi da tutto ciò che fino a ieri ritenevo impossibile da lasciare, è stato incredibilmente semplice. Ho cercato per una volta di rendermi le cose più fluide e un buon modo per farlo è smetterla di controllarle. Lanciarsi. E così approfittando dell’assenza di mio padre durante il fine settimana, mi sono trasferita per un giorno e una notte a casa con mia madre. Non è esattamente come “tornare a casa”, che potrebbe lasciar intendere un trasferimento definitivo. Ma io ho qualche difficoltà con le cose definitive. Quello che volevo era mettere una distanza, creare una rottura, sancire nuovi bisogni e desideri. Ha funzionato. Perché nessuno mi ha detto che era maledettamente facile? Perché in verità non lo è stato, sono arrivata a questo passaggio dopo anni di tentativi, ripensamenti, cadute verso il basso. Quindi no, non è stato facile ma è stato possibile. Che parola meravigliosa! Mi fa sentire improvvisamente, inaspettatamente fiduciosa.

E’ stata una giornata di piccole cose: un film, le pagine di un libro, una passeggiata in giardino, le coccole pelose. Poi il risveglio e le chiacchiere in cucina, la doccia all’aria aperta, le faccende del quotidiano che in questa casa di campagna sono un po’ diverse da quelle abituali: pulizia della stalla, del pollaio, raccolta ortaggi, piedi inzaccherati di terra e bagnati di rugiada, quadrupedi indisciplinati che abbaiano senza sosta e rumori lontani di campane, quelle della domenica.

So che questo non può durare, so che è soltanto una sospensione del tempo. So che dovrò affrontare le mie paure e confrontarmi con qualcosa di meno rassicurante. Ma so anche che ora è possibile e che l’unica bussola che può guidarmi nella vita è me stessa. Può sembrare una scoperta banale, ma scegliere ciò che fa stare bene, anche nella perdita, è la scelta giusta.

Seduta accanto al finestrino, Rose ben presto fu felicissima. Sentiva Flo allontanarsi, West Hanratty sfrecciare via, e una parte esausta di sé sganciarsi da lei con estrema disinvoltura.

Alice Munro, Chi ti credi di essere?

Una valigia nell’armadio

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Che giorni strani sono questi. Pieni di conflitti ma anche colmi di speranza e di coraggio. Mi sembra di non poggiare realmente i piedi per terra, mi sembra che tutto sia sul punto di farsi in mille pezzi ma senza rumore. Come un enorme boato silenzioso, un lampo di luce senza il tuono.

Ho preso una decisione, finalmente. Se non riuscirò a restare nella casa dove vivo da cinque anni e che da sola non mi posso permettere, tornerò dai miei genitori. L’ultima spiaggia insomma. Un anno fa tentai questa impresa, ero talmente disperata che arrivai a parlare con mio padre chiedendo “asilo” per un periodo non meglio determinato. La sua risposta scioccò ogni mia più funesta previsione. Non è che mi disse proprio di no, ma dopo essersi un po’ irrigidito sulla sedia iniziò a ricordarmi quanta parte avessi nelle discussioni con mia madre, quanto dipendessero da me i loro malumori e i loro contrasti. Rimasi gelata dalle sue parole, io che portavo dentro il mio mucchietto d’ossa e cicatrici in quel momento mi sentii come presa a schiaffi e rimasi lì a prenderli tutti.

Avrei voluto dirgli mille cose, rassicurarlo, abbracciarlo (e non lo feci). Credo abbia parlato mosso soltanto dalla paura, quella di specchiarsi nella sua vita. Credo abbia cercato soltanto di difendersi senza avere la percezione di ferirmi.

Mia madre prese la notizia altrettanto male, dando a me la colpa di questa rottura. Ovviamente non mancò il repertorio del “pensaci bene”, “le coppie sono tutte così”, “il principe azzurro non esiste” e altre sciocchezze. Alla fine riuscirono a dirmi che certo che potevo tornare, non mi avrebbero lasciata a marcire sotto un ponte. Sono la loro (unica!)  figlia, ci mancherebbe.

Già, ci mancherebbe. Cosa direbbero altrimenti i vicini?

Forse sono ingiusta con loro o solanto molto arrabbiata. Quel giorno me ne andai sbattendo la porta. Avevo già fatto la valigia che per tutto un anno è rimasta chiusa nell’armadio. Oggi è diventata un groviglio di magliette che non uso, mutande, calzini e costumi che non ho ancora indossato. Il resto è di nuovo in disordine dentro i cassetti. Ma la valigia è sempre lì. Ogni tanto la guardo, è così ingombrante che non posso fare a meno di maledirla. Ma è sempre lì. A ricordami qualcosa.

A distanza di un anno ritentare la stessa strada può sembrare una follia. In parte lo è, in parte è il modo più veloce per uscire da una relazione che mi sta facendo molto male. Trascorro le giornate a sentirlo camminare per casa all’alba mentre si prepara per andare a lavoro, ed ogni volta è come se ci lasciassimo per ritrovarci nuovamente la sera. E tutto ricomincia: il dolore della perdita, la ricerca di un affetto, di un dialogo, di un futuro che non c’è. E’ doloroso, si.

Io poi non sono più quella di un anno fa, sono più consapevole e ho un’urgenza ancora maggiore di raggiungere quella casa tutta per me che è solo dall’altra parte del mondo: in Brasile.

Ma questa è un’altra storia, una storia che spero di raccontare presto. Ma non ora.

Vuotare il sacco

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Ci giro intorno da un po’, ecco la verità. Quando qualcosa mi spaventa faccio finta che non esista, la ignoro sfacciatamente. Chissà cosa mi dice la testa, penso forse che in questo modo possa sparire magicamente?

Amo le domande retoriche.

Il motivo per cui ho iniziato a scrivere il blog, oltre a volermi impegnare a portare a termine almeno una cosa nella vita, è quello di utilizzare la scrittura per esorcizzare i demonietti che a frotte mi occupano abusivamente testa e cuore. Poi arriva il momento di scrivere, di rivelare la nuda verità dei fatti ed ecco che inizio a fare lo slalom intorno alla questione: cercare casa. Non è tanto il cercare casa (che di per sé può anche essere stressante) ma tutto ciò che ruota intorno alla decisione (decisione?) di avventurarmi per questa strada. E’ tempo che io vuoti il sacco, insomma.

La mia relazione è finita. Prima verità.

Nascondo a me stessa l’evidenza della separazione. Seconda verità.

Ho paura. Terza verità.

Nonostante tutto, sto cercando casa. Seleziono gli annunci, chiamo le agenzie, prendo appuntamento. Poi torno a casa e mi chiedo se lo sto realmente facendo o se piuttosto non sia una mia allucinazione. In fondo ultimamente mi sembra di vivere una sorta di sdoppiamento difficile da gestire ed elaborare. Una parte di me è stanca, tentata di cedere alla calma e rassicurante vita di sempre, quella vita che in realtà mi ha creato molti conflitti ma che in fondo mi ha tenuta al riparo dai miei molteplici desideri. Non dimenticherò mai la frase di un film a sua volta presa dalla citazione di non ricordo che autore: quando gli dei vogliono punirci esaudiscono i nostri desideri. Ecco, io da quei desideri mi sono sempre tenuta alla larga e ho pagato un prezzo alto, altissimo. L’altra parte di me è euforica, piena di voglia di cambiare, di crescere, camminare da sola. Ma ho sempre il timore che sia il ritratto di qualcuno che mi piacerebbe essere e che non sono.

Ho raccolto tutte le mie energie in questo ultimo anno e sono andata in terapia. La cosa migliore che abbia fatto per me stessa, probabilmente. Il problema è che non riesco ancora a distaccarmi da un’immagine di me legata a un passato remoto che ha determinato la persona che sono. In questo groviglio di presente e passato, c’è una relazione di 15 anni sui cui ho trasferito gran parte della mia identità e che ora m’impedisce di volare. Volare per andare dove? Incontro a me stessa, una buona volta. Ma sia chiaro, non ho passato buona parte della mia vita incatenata nelle segrete di un castello. Semmai mi sono legata mani e piedi da sola.

Proprio da sola? Se la terapeuta mi sentisse parlare così mi tirerebbe il taccuino in testa. Comunque, qualche piccola grande verità è finalmente uscita. Oggi pomeriggio ho appuntamento per vedere una casa. Spero sia bruttissima, con le crepe ai muri, un buco enorme sul pavimento e gli scarafaggi annidati nel piatto della doccia.

Taccuino volante in arrivo.