Il lancio dello zaino

Ho uno zainetto Quechua verde comprato anni fa da Decathlon, in uno di quegli slanci salutisti che durano come una folata di vento. Freddo ovviamente, di quelli che ti riportano subito alla realtà. Comunque l’ho sfruttato. Due giorni sulla Majella a sudare l’anima gli hanno reso giustizia. Dopo di che è stato relegato nel fondo dell’armadio insieme a tutte le borse in disuso (anche quelle durano al massimo una stagione). Sono allergica alle borse, non le sopporto. Infatti le rimedio a destra e a manca quando ne ho bisogno per tal uscita o tal abbinamento ma per il resto cerco di disfarmene il più  velocemente possibile. Che poi sono una di quelle persone che ama portarsi dietro la casa anche per andare in ufficio, quindi in teoria la borsa dovrebbe essere il mio accessorio per eccellenza. Ho cercato un marsupio (si, fa tanto giovane marmotta ma io lo trovo pratico e felice) abbastanza capiente da contenere un libro ma la ricerca non è stata fruttuosa. Poi il colpo di genio. Lo zainetto Quechua! E’ diventato talmente parte di me che ci ho anche affrancato la spilla di Totoro come segno di riconoscimento, che è un po’ come un nome di battesimo.

Ogni tanto faccio l’inventario del suo contenuto, senza contare il fatto che è il primo posto in cui vado a cercare i miei innumerevoli oggetti smarriti, dagli elastici all’assicurazione dell’auto. Mi rassicura sapere che uno spazio così piccolo possa contenere molte delle cose che reputo essenziali: libro di lettura, fodera degli occhiali, quaderno da scrittura, penne e matite, elastici e fermagli, rossetto che poi non uso, carte varie (tra cui l’assicurazione, il bollo, scontrini vari, biglietti scaduti ecc, ecc…). Fazzoletti, chiavi casa macchina ufficio, cellulare, caricabatteria, lo zaino fagocita tutto. Lo porto in giro come un pupetto, a tracolla dietro la schiena o davanti quando viaggio sul treno o dentro la mia caotica città. Persino sul divanetto della terapeuta lo tengo ben fermo sulle gambe, non lo butto di lato o per terra, non lo “metto da parte”. Mentre parlo giocherello con le cuciture, mi arrotolo le estremità sulle dita e lo faccio talmente tante volte che alla fine restano arricciate. Ieri, mentre parlavo durante la mia seduta quindicinale, l’ho indossato.

Il corpo non mente mai, forse possono farlo le parole o addirittura le emozioni. Ma non la gestualità inconscia, fatta di reazioni che il corpo interpreta come bisogni, necessità. Il mio bisogno a quanto pare è quello di partorire, nel senso metaforico del termine. Far uscire da me quel bambino che voglio a tutti i costi proteggere, tenermi stretto. Quel bambino che non voglio lasciare. La separazione, tutte le separazioni, causano dolore: staccarsi è vedersi più distintamente e a seconda delle circostanze, più intimamente. E’ evidente che questo non è il mio campo! Senza scendere troppo nei dettagli psicologici della questione e finire per psicoanalizzare tutti, ho capito di avere un grande lavoro da fare dentro di me.

Ve l’ho detto che sto di nuovo cercando casa? Credo di no. I corsi e ricorsi di questa storia mi hanno nuovamente portata al piano B di una mesata fa e ora mi trovo a combattere con la ricerca di una casa tutta per me, una probabile tracheite della mia pulciosa, mia nonna in casa di riposo che negli ultimi giorni è molto giù di corda (ma non combatto con questo, più che altro è un pensiero che mi addolora e che cerco di alleviare con la mia presenza) e dulcis in fundo un parto indotto di proporzioni bibliche! Non ci facciamo mancare proprio nulla…

Tanto per cominciare potresti andare a casa, sdraiarti sul letto ed esercitarti a lanciare lo zaino lontano da te. Una, due, dieci, cento volte al giorno.

Per quanti di voi si stiano chiedendo cosa ci sia di essenziale nei biglietti scaduti e negli scontrini vecchi, non ho una risposta precisa e razionale.

Per quanti di voi si stiano chiedendo se il metodo lancio dello zaino stia funzionando, ho una risposta precisa e irrazionale. Sono ancora in travaglio.

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Cosa voglio, dove sto andando

Sono stata a trovare mia nonna la scorsa domenica. Un paio di settimane fa è caduta riportando una microfrattura al bacino che l’ha costretta a rinunciare alla sua invidiabile indipendenza. Vado a trovarla spesso da quando so di averla così vicina, sebbene avrei preferito saperla in ottima salute a casa sua, seppur a qualche chilometro di distanza. La casa di riposo non le si addice per nulla, lei così vispa, attenta, curiosa. Ogni volta che vado a farle visita mi racconta gli aneddoti della giornata, in capo a due giorni conosceva già tutto quello che c’era da sapere sugli inquilini della casa. Il suo modo di raccontare è come quello dei grandi romanzieri, che riescono a prendere un fatto qualunque della vita e a trasformarlo in una storia. Così nel suo racconto ogni volto diventa un personaggio che potrebbe essere uscito da un libro di Balzac: c’è la signora che conserva gli avanzi di cibo nella borsa logora o quella che tira fuori vecchi ricordi o quella che canta ed ha una voce cristallina, da giovane donna. C’è quella che si cambia d’abito tre volte al giorno, si trucca e si colora le unghie come un’adolescente e le piace sfoggiare tutto il repertorio di bracciali, anelli e orecchini, agghindandosi come una principessa maya. Ride senza denti ed è bellissima.

Mia nonna racconta e io la guardo attraverso gli occhiali poggiati sul suo naso così simile a quello di mio padre, così simile al mio. O forse no, è come quello di mio nonno che ricordo pochissimo perché se n’è andato che ero ancora bambina. E mi affiorano alla mente tanti pensieri, tante voci lontane. Il presente, il passato, il futuro, la grande mescolanza di colori che disegna i paesaggi entro cui dipingiamo la nostra storia. Una storia che non è mai solo la nostra ma che arriva da molto lontano, da un tempo così remoto che neanche mia nonna sarebbe in grado di raccontarla.

Ascoltando le sue parole mi sento investita da un senso di destino che non ho mai avvertito prima. Non credo ai percorsi segnati, alle strade tracciate, ma credo nel bagaglio individuale che ogni persona vissuta prima di me ha lasciato, andandosene. Credo che la nonna che non ho mai conosciuto abbia scritto parole che il tempo m’insegnerà a leggere e comprendere. Credo nell’eredità sentimentale.

Forse bisogna arrivare necessariamente all’età della saggezza per sapere che la vita non va sciupata. Lo sentiamo dire spesso ma non ci crediamo fino in fondo, non in tutti i momenti della vita. A volte si è troppo giovani o troppo stanchi o si va troppo di fretta. Poi la percezione del tempo cambia all’improvviso un pomeriggio d’estate in una casa di riposo, la vita rallenta, si accorcia, si paralizza su una sedia a rotelle e diventa presente. Un solo, unico istante di ora. Penso alla donna ancora così piena di vita che è mia nonna, ai suoi occhi lucidi che mi raccontano il passato. Giro lo sguardo e osservo le altre donne, nei loro occhi c’è un guizzo di allegria, sfrontatezza, rassegnazione. Vorrebbero dire ma non sanno come. Non sono realmente presenti a se stesse ma sanno ancora negarsi, concedersi, incapricciarsi. Quando le vedo impuntarsi caparbie mi sento ribollire il sangue, la vita non si arrende, a dispetto di tutto combatte per dire di no, per dire di si, per dire domani.

Cosa voglio? Dove sto andando? Incontro alla mia vita, con tutta la forza e l’ardore di cui sono capace. Incontro a me stessa, incontro alla paura, al dolore, al sorriso di un abbraccio trattenuto. Una cosa voglio dirmi e voglio dirla a tutti coloro che hanno voglia di ascoltarla: oltre la nostra paura c’è la consapevolezza, la forza, la bellezza di cui non ci crediamo capaci. Me ne accorgo nel momento in cui il desiderio di vivere diventa più forte del desiderio di rinunciare; quando il corpo inizia a fare cose in disaccordo con la mia testa, come ballare, cantare a squarcigola, ridere davanti lo specchio, piangere di felicità pensando al sogno che potrebbe avverarsi. Ma soprattutto me ne rendo conto osservando la vita, la sua ostinata e caparbia voglia di dire no, di dire si, di dire sempre e comunque domani.

Chi ti credi di essere? di Alice Munro

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Rincorro spesso questo genere di storie ultimamente. Non so se spesso e ultimamente possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello. Il genere a cui mi riferisco è quello femminile, che non ha niente a che vedere con il genere “rosa”. Doverosa distinzione, perché noto con certo sgomento con quanta facilità la letteratura femminile sia considerata roba da lacrimuccia facile, senza spessore. Frequento gente che voi umani…

La Munro invece si è portata a casa il suo Nobel per la Letteratura. Non che questo sia determinante, anzi. Però m’inorgoglisce e non per solidarietà femminile, quanto per un senso di appartenenza. E’ la stessa cosa? Non sono una che si schiera dalla parte delle donne incondizionatamente, direi piuttosto che il modo in cui alcune donne si prestano a lasciarsi usare dalla società maschilista che credono di padroneggiare, mi disturba parecchio. Ma questo è un altro discorso che magari riprenderò altrove. Dicevo della Munro. Dal momento che non leggo mai soltanto per leggere ma sempre per “andare da qualche parte”, mi son detta che questo libro poteva portarmi dove desideravo arrivare. In questo periodo sono come una spugna che assorbe, assorbe, assorbe. Cose positive per lo più, dal momento che quelle negative mi si affezionano senza che io faccia nulla per amarle. Assorbo buoni consigli, pensieri positivi, immagini di luoghi che vorrei visitare (o in cui vorrei vivere), parole, musiche, profumi. Tutto concorre al lento appropriarmi della mia identità, della mia felicità.

Chi ti credi di essere? E’ una bella domanda. Le donne della Munro sembrano essere nate dal bisogno di fuggire da un’immagine che somiglia a quella che gli altri vorrebbero che somigliassero. Non si sentono mai dire “chi sei?” ma “chi ti credi di essere?”. Quel credi dice molte cose e ne sottintende molte altre. Prima fra tutte l’accusa di essere sbagliate. Come Rose, la protagonista del romanzo, sono nata e cresciuta in provincia, in un contesto in cui è molto facile sentirsi “sbagliati”. Certo, per molti versi è un luogo rassicurante (come le serie tv, vedi qui) ma alla lunga soffocante e crudele. Rose è una bambina coraggiosa ma il suo è un coraggio che nasce dall’orrore del quotidiano e non dal suo rifiuto. Situazioni che per molte persone “normali” sarebbero semplicemente invivibili, lei le vive con quel coraggio dell’abitudine che non fa domande e non cerca risposte. E’ così e basta.

Mi sento spesso dire – e io stessa me lo dico ormai – che ci vuole coraggio a vivere in una relazione sbagliata. Ma quando è tutto quello che si ha o è tutto ciò a cui si è abituati, non è corretto chiamarlo coraggio. E’ qualcosa di molto diverso che richiede uno sforzo erculeo per essere sovvertito. Non sarò mai abbastanza grata alla Munro per la delicatezza delle sue storie e allo stesso tempo per la sua brutalità e schiettezza. Le sue donne crescono e fuggono da tutto ciò che nega loro un’identità, un diritto di essere non diverse ma semplicemente se stesse. Quindi si, diverse. Perché la diversità spaventa e umilia in molti casi, perché chi non ha fatto le nostre scelte si sente messo in discussione e tenta di piegarci con il troppo o il poco amore.

A questo punto non so più se sto parlando di Rose o di me o di altri libri che ho letto. Questo forse è il mio limite con la lettura, concentrarla sempre e solo su di me. D’altra parte non m’interessa recensire un libro, il web è già pieno di ottimi critici e sensate spiegazioni. A me interessa l’emozione che mi suscita la lettura, i pensieri che mi accende, la possibilità di condividerli. Quindi, leggete la Munro. Sebbene non mi convinca fino in fondo e sempre per un motivo strettamente personale: le sue storie hanno un amaro lieto fine.

Non so se amaro e lieto possano andare nella stessa frase, ma il senso è quello.

Come separarsi in 10 mosse, dicono

Sono una di quelle persone che quando si fa la ceretta trattiene il respiro o chiude gli occhi o compie un qualche altro gesto rituale che scongiuri il sopraggiungere del dolore. Ovviamente nulla di tutto questo funziona e lo strappo arriva lacerante e definitivo. Subito dopo penso: ma chi me l’ha fatto fare? Bastano però pochi minuti, un massaggio con un olio emolliente e già sono un po’ meno pentita. Quella striscia di colla rosa non lascia spazio a dubbi di sorta, la guardo penzolare dalla mia mano come un bottino di guerra, fiera di aver superato la prova con coraggio.

Da qualche parte mi sembra di aver già scritto di avere una certa difficoltà con le cose definitive. Non mi piacciono. Sarà per questo che la mia separazione somiglia più ad uno stillicidio che ad una rottura. Mi sono fatta una cultura su internet sul come separarsi bene o sul come affrontare una separazione in 10 mosse. Sono a cavallo, mi sono detta. Da una prima velocissima lettura ho subito notato che nulla di ciò che sto facendo rientra in una strategia vincente. A seguire un piccolo assaggio.

Regola numero 1 per una efficace separazione: allontanamento immediato (no telefonate, no messaggi, no facebook, no segnali di fumo, no piccioni viaggiatori). Quello che sto facendo io: vado il fine settimana dai miei, ci vediamo tra un giorno e mezzo eh! Oppure: ma non è che se ti trasferisci a 40 km da me poi non ci vediamo più eh? Oppure: guarda che possiamo sentirci, non diventiamo mica due estranei solo perché tra noi non funziona! Eh!

Altri buoni consigli che non metterò mai in pratica sono sicuramente fare del movimento, curare l’alimentazione e mettere in atto un completo restyling della mia persona. Quest’ultimo in verità non lo reputo neanche un buon suggerimento, mi sembra più che altro un atto disperato, tant’è che non sopporto quelle persone che associano un taglio drastico di capelli a una rottura o ad una qualche catastrofe nella vita affettiva di chi hanno di fronte. Queste persone non le sopporto, come le cose definitive. Tanto meno sopporto chi cambia il guardaroba o inizia ad apparire diverso come per dimostrare chissà quale cambiamento. Sono convinta che i cambiamenti avvengono dentro, in una parte invisibile di noi e non hanno bisogno d’insegne luminose. Il vero cambiamento è silenzioso, lavora di notte (ma anche di giorno, tanto dentro è buio).

A onor del vero, mi sono anche immaginata a correre intutata alle sette di sera, sguardo eroico verso l’orizzonte, fiera, sudata, una vera macchina brucia tossine e genera endorfine. Non è detto che non lo faccia, sudare è un atto liberatorio e antisociale, dovrò provarci uno di questi giorni. Soprattutto perché mi sono sempre ripromessa di farlo, non tanto per bruciare qualche caloria in eccesso (e sono stata generosa), quanto per sentire il vento in faccia, sfidare la mia milza indolente, sentirmi concentrata e tesa a uno scopo e per una volta, integra. Non mi sono mai presa sul serio e forse questa è una buona occasione per cominciare a farlo. Allo stesso modo potrei dedicarmi a una sana alimentazione, ovvero dare fondo al mio repertorio di spezie ed erbe aromatiche che ho sempre dovuto usare con il contagocce. Già mi vedo a scodellare montagne di riso al curry e involtini vegetali alla curcuma.

La verità però è che il mondo là fuori mi spaventa e che il solo guardare i fornelli della cucina mi fa venire in mente che non avrò più nessuno a cui preparare la cena, nessuno che girerà la chiave nella serratura, nessuno da aspettare sveglia, nessuno che parcheggerà la macchina sul vialetto di casa, nessuno che metterà ordine nel frigorifero e nella mia vita.

So di non avere bisogno di tutto questo o forse sarebbe meglio dire che non è questo il motivo per cui due persone debbano restare insieme. Ma sono proprio quei dettagli insignificanti, quelle piccole cose a cui non si pensa nel vissuto del quotidiano e che anzi, forse non sopportiamo in alcuni casi, a renderci fragili e irrazionali. Così in questi giorni ho immaginato mille scenari diversi, un comodino vuoto, un silenzio diverso da tutti quelli provati fin’ora, l’assenza, la nostalgia e la paura di aver perduto qualcosa di me che credevo l’altro custodisse. Sono timori irrazionali, scenari di una solitudine con cui non sono abituata a confrontarmi, io che negli ultimi 15 anni non mi sono mai occupata veramente di me stessa. Finalmente ho l’opportunità di farlo e all’improvviso non credo di esserne capace, non so bene come si fa. E se non mi piace stare da sola? E se scopro di essere poca cosa? Piccoli grandi interrogativi che popolano le mie ultime notti, mentre lui è completamente padrone delle sue emozioni e dei suoi bisogni.

Alla fine credo che in tutte queste paure ci sia ancora, intatta e immutata, una richiesta d’amore che non è mai stata colmata, un bisogno di essere riconosciuta o conosciuta per la prima volta, di essere vista.

Anche questo, a modo suo, è un atto disperato e dovrei odiarlo come odio le cose definitive, come odio le cerette, come odio le persone che non cambiano. Non so se ci sia una ricetta per lasciarsi, forse un giorno leggerò queste pagine con quel sorriso che viene a rivedersi in un momento della vita passata, forse allora sarò felice e tutto questo mi sembrerà lo sforzo di un’anima grezza e inesperta che tenta di scoprire la sua strada.

Sono in cammino verso il sole dentro, attraverso un tunnel da cui prima o poi vedrò la luce, ne sono certa.

Piccole vittorie

Gli ultimi due fine settimana sono stati determinanti e difficili a tal punto che sto facendo il countdown per il divanetto della terapeuta. Una novità per me. Ci sono state lunghe settimane senza che succedesse assolutamente nulla e il tempo mi scivolava via tra le mani, liquido, incolore, inodore. Ora mi sembra di essermi lasciata alle spalle, nel bene o nel male, una sensazione di stagnante immobilità e con essa tante sensazioni negative.

Dopo il primo (felice) tentativo di due sabati fa, sono tornata nuovamente dai miei genitori. Questa volta è stato un po’ diverso, mio padre era in casa e io mi sono dovuta adattare alle circostanze, prima fra tutte quella di dormire con mia madre.

L’ultima volta che ho dormito nello stesso letto con lei avevo pochi anni d’età, mio padre era via per lavoro e io ne approfittavo per trasferirmi nel “lettone”, ovvero nella stanza dei giochi proibita. Da allora le cose sono un po’ cambiate, ovviamente. Nonostante ciò, mi sono detta che non poteva essere così terribile come lo immaginavo, che mi sarei raccolta nel lato più remoto del letto cercando d’ignorare la vicinanza fisica di una donna che non ricordo quando ho abbracciato l’ultima volta e se lei lo abbia mai fatto con me. Invidio un po’ quegli adulti che hanno ricordi delle sdolcinatezze materne.

Prima di arrivare a questo c’è stato però un aperto e diretto confronto con mio padre. Non credevo io stessa a quello che usciva dalla mia bocca e tanto meno al modo in cui lo dicevo. Ho affrontato mio padre. La situazione richiede la maiuscola, è doverosa. HO AFFRONTATO MIO PADRE. Da quale buco remoto avrò tirato fuori tanta lucidità e determinazione? Forse dalla stanchezza o dalla consapevolezza. O da entrambe.

Questa volta non ho lasciato alcun margine di discussione, nessuna possibilità di arginare quanto stava accadendo. Ma è davvero tanto difficile rispettare i miei desideri? Non sarebbe più maturo e razionale lasciarmi vivere la mia vita e accettare il fatto che le mie scelte possano essere prese pensando soltanto a me stessa? A questo proposito gli ho parlato anche della decisione di andare in terapia, presa un anno fa. E perché non ce l’hai detto prima? e subito dopo Ma non andare a buttare i tuoi soldi in quel modo, che sciocchezza è questa? Suppongo che il motivo per cui non mi sono confidata con loro per un anno intero è racchiuso proprio in questo atteggiamento ostile e un po’ primitivo nei confronti di tutto ciò che ha a che fare con il lato inconscio delle emozioni. A casa mia non ci si chiede come stai, si spera anzi che l’altro non si avvicini a noi con l’intenzione di rivelare il proprio piccolo e inconfessabile segreto. Salvo poi accusarlo di non essersi mai confidato.

Ad ogni modo sabato ho colto l’entità del problema che genericamente ho sempre chiamato i miei genitori. Mio padre e mia madre. Si, mi sembra di vederli distintamente per la prima volta e provare per loro una profonda compassione e tenerezza. E molta rabbia.

Sabato notte è stata una notte insonne. Mi sono alzata dal letto alle prime luci dell’alba, grata all’oscurità che finalmente si diradava. Ho visto con chiarezza chi non voglio diventare e il pericolo che corro se continuo a spingere da una parte la mia vita. Preferisco di gran lunga affrontare le mie paure, affrontare la perdita, osare, rischiare, pur di non cedere alla tentazione di una calma quanto agghiacciante rassegnazione. E devo riconoscere a me stessa che oggi sono un pizzico più forte e un pizzico più libera.

I mondi di Miyazaki

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Volevo scrivere qualcosa di bello su qualcosa che amo e il pensiero è corso subito ai mondi di Miyazaki. Prima però una piccola digressione.

In questo periodo sto cercando di riprendere i contatti con la realtà, interessarmi di nuovo a quello che accade intorno a me, nel mondo, ma anche a quello che matura dentro di me, come desideri e interessi. Il blog mi sta aiutando molto in questo e anche la lettura di blog da poco conosciuti. Questo concentrarmi su me stessa e su dove voglio andare vuol dire anche imparare di nuovo a usare le parole per raccontare di me. Cerco di farlo attraverso il mio quotidiano ma anche attraverso ciò che mi piace di più: i libri e i film. Quindi, pensando di scrivere qualcosa di bello, il mio pensiero è corso subito ai mondi di Miyazaki, per riallacciarmi al punto da cui sono partita. Come descriverli? Chi sa di cosa sto parlando non farà fatica a capire che è difficile riassumere un ricco mondo animato in poche parole. Ma proverò a farlo dall’inizio.

Ho scoperto Miyazaki senza sapere chi fosse Miyazaki. Ovvero ci sono arrivata molto tardi senza neanche averne sentito parlare. Ero già grandicella, si tratta di una scoperta di circa 5-6 anni fa (no dai, qualcosa di più). Avevo preso in noleggio Il castello errante di Howl (che si pronuncia AUL e io ovviamente – avete mica il castello di Oul??). Quando Sophie si libra in aria e lascia andare le gambe come a rincorrere il vento, devo aver sgranato gli occhi come una ragazzina innamorata. Credo che Miyazaki abbia dato voce per la prima volta a tante emozioni represse, dimenticate. Mi è sembrato che il film durasse molto per essere un film d’animazione e ricordo che arrivai alla fine un po’ stordita. Mi aveva detto tante cose e stavo cercando di allinearle tutte e comprenderle. Ero certa che mi avesse parlato, anzi aveva fatto di più: aveva aperto un cassetto che da troppo tempo tenevo chiuso. Quel che ne è uscito è stato un presentimento, che ovviamente nel tempo ho tenuto sotto controllo a suon di a cuccia! zitto tu! Ma ormai era fatta.

Il Castello parla di tante cose: del riconoscimento, dell’amore, del potere, della guerra, della magia. Alla fine devo essermi accorta di quanto di me avessi lasciato indietro per sentirmi così triste. Non era proprio tristezza, direi fosse più un senso di disfatta. Insomma, per me era tardi e il Castello era lì a dirmi che se sentivo la mancanza di quel tipo di amore, di quel tipo di ardore e coraggio, era perché lo avevo perduto o mai posseduto. Ricordo bene di aver pensato: ecco come vorrei che fosse! Subito dopo devo essermi data (nell’ordine) della romantica, illusa, sciocca, immatura, infantile. A cuccia! zitto tu!

Questo senso di meraviglia e consapevolezza (dura consapevolezza!) è cresciuto con gli altri bellissimi film.Tra i miei preferiti ci sono Totoro, Laputa, Kiki e la battagliera Principessa Mononoke. L’ultimo uscito nelle sale cinematografiche, Si alza il vento, è un capolavoro. Miyazaki vi ha condensato tutta la sua passione per il volo, facendone un film sulla potenza dei sogni e dell’amore. Delicato, potente, ispirato a una storia vera e realizzato, come tutti i suoi film, a mano.

Può sembrare sciocco questo abbandono al mondo della fantasia, dell’animazione. Per me è stato invece un riconoscimento ma anche un riavvicinamento al mondo delle mie emozioni. Non bisognerebbe mai allontanarsi troppo dalle emozioni, ci rendono fragili ma anche capaci di grandi avventure.

Un giorno, lo so, andrò in Giappone, in quel mondo dove i personaggi animati camminano davvero per le strade, stravaganti e sognatori.

Cattive abitudini

Tutto è iniziato stamattina quando ho ricevuto la busta paga della quattordicesima. Ho l’abitudine – sana o insana non riesco a deciderlo – di partire da un fatto qualsiasi avvenuto in un dato momento, per allargarmi a macchia d’olio su tutto l’andamento della mia vita. Quindi, per me, ricevere un inadeguato compenso sul lavoro ha a che fare con la mia incapacità di far valere i miei diritti e di conseguenza con l’abitudine di accettare sempre tutto: da uno stipendio umiliante a un uomo che non mi rende felice.

Arriva poi il momento in cui uno umanamente non ce la fa più. Ci si accorge di aver resistito per così tanto tempo, cercando di tenere tutto in equilibrio, che alla fine semplicemente si decide di far crollare il castello. Che vada pure in malora, che prenda fuoco, che si disintegri senza lasciare traccia. Basta, basta, basta!

Sono stanca di accettare, stanca di sopportare. Quel momento per me è decisamente arrivato, anzi, ha bussato alla mia porta  diverso tempo fa. Forse non ero pronta, forse non ne avevo capito l’importanza. Il problema è che si finisce con il tempo per diventare qualcuno che non ci somiglia, che magari si muove come noi, indossa i nostri vestiti, mangia i nostri cibi preferiti, ma non ci somiglia. È un impostore!! E come è arrivato ad avvelenarci l’anima? Lo abbiamo nutrito di tutte le cattive abitudini che sono diventate parte di noi. Ad esempio quella di essere accomodanti. Accettare sempre le soluzioni che fanno stare bene gli altri ma che danneggiano il nostro benessere. Possono essere soluzioni pratiche, di vita quotidiana, o peggio ancora soluzioni che investono la sfera affettiva. Sempre quel dannato bisogno di tenere sotto controllo il mondo intero! Basta con le scelte pilotate dai bisogni altrui, tanto per cominciare.

Seconda cattiva abitudine: circondarsi di persone negative che riversano su di noi i loro fallimenti e timori. Non c’è nulla di più pericoloso che permettere a qualcuno, che sia un padre, una madre o un vicino di casa, di “metterci al nostro posto”. Con il tempo si finisce per confondere la paura con l’amore, il bisogno con il desiderio. Quando si comincia ad averne sentore si vorrebbe osare, crescere, cambiare, ma a quel punto non ci si fida più di noi stessi. Recuperare la fiducia è un lavoro immane, faticoso, è come lottare contro una parte di sé. Allora basta con la negatività, basta con chi – per cattiveria o debolezza – ci trascina verso il basso e ci annebbia la vista.

Terza cattiva abitudine: non incazzarsi abbastanza. A casa, sul lavoro, per la strada. Con ciò non voglio incitare alla rissa, né invitare ad essere sempre incupiti e mal disposti. Ma farsi scivolare tutto addosso, sempre. Lasciare che un’offesa o un sopruso restino a farci rodere l’anima fin quando saremo troppo stanchi per reagire: anche a questo dico basta. Reagire a qualcosa di sbagliato, sbagliato per noi, è sano. Aiuta a proteggere i nostri sogni, spesso maltrattati dalla quotidianità o dai compromessi. Aiuta a non perderci, è come una bussola che ci segnala un pericolo lungo la strada e ci consiglia quando evitarlo o affrontarlo. Ecco, non si può evitare per tutta la vita, bisogna anche affrontare, arrabbiarsi, dire di no.

Mi sembra l’unico modo per smetterla di essere invisibile, di uscire allo scoperto. È ormai un’urgenza per me, ho bisogno di vivere secondo regole nuove, ho bisogno di riconoscermi in quello che faccio, di essere integra e non divisa sempre a metà da mille contraddizioni.

Ho bisogno di scegliere il meglio per me. La prima vera buona abitudine.

Tornare a casa

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Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato tornare a casa, dopo sei anni di abitudini diverse e spazi diversamente condivisi (o semplicemente divisi, in molti casi). E mi sono accorta che “casa” non si scorda mai, un po’ come andare in bicicletta. Ci si muove tra le stanze con la stessa disinvoltura di quando ci si abitava un tempo, sebbene ci sia qualcosa d’inevitabilmente diverso. Cerco di comprendere cosa. La posizione dei mobili? L’odore dell’ammorbidente sulle lenzuola? No, non proprio.

Forse è la prospettiva. Quel particolare modo di vedere se stessi in un momento determinato della vita. Sebbene devo confessare che dormire nel mio letto, quello in cui ho passato le notti della mia infanzia/adolescenza, è stato meno impressionante di quanto credessi. Devo aver raggiunto un livello di malessere tale che separarmi da tutto ciò che fino a ieri ritenevo impossibile da lasciare, è stato incredibilmente semplice. Ho cercato per una volta di rendermi le cose più fluide e un buon modo per farlo è smetterla di controllarle. Lanciarsi. E così approfittando dell’assenza di mio padre durante il fine settimana, mi sono trasferita per un giorno e una notte a casa con mia madre. Non è esattamente come “tornare a casa”, che potrebbe lasciar intendere un trasferimento definitivo. Ma io ho qualche difficoltà con le cose definitive. Quello che volevo era mettere una distanza, creare una rottura, sancire nuovi bisogni e desideri. Ha funzionato. Perché nessuno mi ha detto che era maledettamente facile? Perché in verità non lo è stato, sono arrivata a questo passaggio dopo anni di tentativi, ripensamenti, cadute verso il basso. Quindi no, non è stato facile ma è stato possibile. Che parola meravigliosa! Mi fa sentire improvvisamente, inaspettatamente fiduciosa.

E’ stata una giornata di piccole cose: un film, le pagine di un libro, una passeggiata in giardino, le coccole pelose. Poi il risveglio e le chiacchiere in cucina, la doccia all’aria aperta, le faccende del quotidiano che in questa casa di campagna sono un po’ diverse da quelle abituali: pulizia della stalla, del pollaio, raccolta ortaggi, piedi inzaccherati di terra e bagnati di rugiada, quadrupedi indisciplinati che abbaiano senza sosta e rumori lontani di campane, quelle della domenica.

So che questo non può durare, so che è soltanto una sospensione del tempo. So che dovrò affrontare le mie paure e confrontarmi con qualcosa di meno rassicurante. Ma so anche che ora è possibile e che l’unica bussola che può guidarmi nella vita è me stessa. Può sembrare una scoperta banale, ma scegliere ciò che fa stare bene, anche nella perdita, è la scelta giusta.

Seduta accanto al finestrino, Rose ben presto fu felicissima. Sentiva Flo allontanarsi, West Hanratty sfrecciare via, e una parte esausta di sé sganciarsi da lei con estrema disinvoltura.

Alice Munro, Chi ti credi di essere?

Serie tv, l’inconfessabile

Mi viene in mente una puntata di The Closer in cui Brenda Leigh, in seguito a una sparatoria in cui è rimasta coinvolta, viene spedita dallo psicologo della polizia. Gambe accavallate, dita che tamburellano sulla borsa, la fedele borsa nera da cui non si separa mai. Sorrisone. Il dialogo si svolge più o meno così:

Allora, come sta? Benone.

C’è qualcosa che vuole raccontarmi, sta succedendo qualcosa nella sua vita? Nulla di particolare, i miei genitori arrivano oggi all’aeroporto, dovrò annunciare loro il mio fidanzamento. (piccola pausa). Abbiamo deciso, io e il mio fidanzato, di trasferirci, prendere una casa più grande. (piccola pausa). Sorrisone.

Quindi mi sta dicendo che le hanno sparato addosso, i suoi genitori stanno arrivando e non sanno nulla della sua relazione; sta per affrontare un trasloco in cui costruire un nuovo inizio e non sta succedendo nulla di particolare nella sua vita?

Sorrisone.

Ci pensavo perché è una scena che mi somiglia molto. A volte si tende a pensare che il controllo sia la risposta di tutto. Mantenere il controllo su quello che accade e che potrebbe travolgerci. Altre volte invece si vuole soltanto allontanare da noi la criticità, anche quando tutti i campanelli d’allarme suonano all’unisono e ci dicono che siamo sotto pressione.

Brenda Leigh è un personaggio incredibile, una figura femminile che raramente si trova nelle serie tv: determinata e cazzuta nel lavoro (non a caso è vice capo della polizia), quanto fragile e insicura negli affetti. Un mix irresistibile di umanità. Si prende cura di un gatto (contraddicendo la sua presunta incapacità di prendersi cura di qualcuno) che si ostina a chiamare Micio nonostante sia femmina e nel farlo diventa una mamma adottiva tenera e affettuosa. Si lascia coinvolgere da un sentimento anche dopo una delusione d’amore e piano piano riesce a fidarsi dell’altro, a permettergli di entrare nel suo mondo. Un mondo a volte complicato ma incredibilmente ricco.

Ho letto da qualche parte che questa passione per le serie è diventata una vera e propria dipendenza. Non è difficile capire il perché. Le serie tv sono un facile diversivo dalla vita di tutti i giorni, sono accattivanti con la loro semplicità e ci fanno sentire intimamente coinvolti. Ci si ritrova a parteggiare per i propri personaggi preferiti, spesso identificandosi. Si aspettano le puntate successive come un appuntamento con qualcuno che ci conosce bene e che ci tranquillizza. Si, in fondo le serie tv sono rassicuranti.

Ciascuno ha senz’altro le sue ottime ragioni per iniziare a drogarsi di fiction, la mia – perché è qui che volevo andare a parare, ovviamente – è un bisogno crescente di sentirmi al sicuro, di sapere che da qualche parte, non importa dove e se per davvero, tutto può andare per un verso. Che sia giusto o meno. Si potrebbe chiamarla depressione se la parola non fosse troppo importante per usarla alla leggera. Ma credo di essere stata un filino depressa negli ultimi anni, spesso in bilico tra emozioni forti e lunghi periodi di nulla. La televisione è sempre l’ultima spiaggia per l’anima, evviva la consapevolezza. E così per un lungo periodo ho seguito tutte le repliche di E.R. medici in prima linea, Law & Order Unità Speciale, Il giudice Amy, The Closer e spezzoni di altre tra uno zapping e l’altro. Insomma, a ben vedere non mi faccio neanche di roba di prima qualità, si tratta di cosucce datate – ma efficaci, lo confermo.

E’ come se fossi sulla poltrona del terapeuta cercando di spingere le mie criticità un po’ più in là.

Allora, come sta? Benone

C’è qualcosa che vuole raccontarmi, sta succedendo qualcosa nella sua vita? Nulla di particolare, sto cercando di uscire da una relazione finita, mi chiudo alla possibilità di un nuovo sentimento, sto valutando seriamente di trasferirmi in Brasile tra 5 mesi, insomma, roba da tutti i giorni.

Adesso dovrebbe entrare in scena la sparatoria.

Scelte

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Sono giornate in cui ho difficoltà a scrivere, a lasciarmi andare. Mi sforzo ugualmente di farlo perché mi aiuta a mettere in ordine i pensieri o forse semplicemente a farli uscire da me. A volte diventano troppi e mi sembra di non riuscire a gestirli. Sento di avere una matassa di emozioni senza sapere dove iniziare a sbrogliarla.

Sono molto stanca, una stanchezza mentale che diventa indolenza fisica. Cerco di resistere, di non mollare nonostante alcune giornate nere in cui “mi tratto male”. Se solo riuscissi a isolarmi, a trovare uno spazio in cui sentirmi al sicuro. In altre parole, un luogo in cui fuggire.

Ma sono stanca anche di scappare, per una volta vorrei essere forte abbastanza da affrontare le mie paure. Ho imparato a conoscere abbastanza di me in questo ultimo anno per sapere che ormai tutto dipende dalla capacità di fare una scelta. Le persone scelgono in continuazione, anche nelle piccole cose del quotidiano. Anche io sicuramente lo faccio. Il problema è scegliere andando contro a tutto ciò che fin’ora è stato un binario tracciato, una strada scelta da altri. Se guardo il mio percorso a ritroso devo ammettere di non essermi mai ribellata abbastaza. Magari ho piantato qualche grana, ho reso la vita difficile ai miei genitori, ma mai quanto loro l’hanno resa difficile a me.

In mezzo a tutte queste parole non riesco ancora a dire quello che voglio dire. Ho perso la mia spontaneità, la mia leggerezza. Sono diventata “faticosa”. E incredibilmente difficile. Sono diventata il genitore di me stessa, severa e inflessibile. Poi ci sono giornate buone, quelle in cui mi sento fiduciosa, forte, serena di fronte alle difficoltà. Mi sembra di vivere un’allucinazione, un continuo sdoppiamento. Momenti di luce, momenti di buio e intorno tutto quello che cerco disperatamente di cambiare.

Anche la vita in ufficio sembra un’allucinazione. Dopo anni di precariato, disoccupazione, impieghi in nero e molti compromessi, ho un lavoro che non mi offre scusanti. A pochi chilometri da casa, indeterminato. La terra promessa insomma. Eppure.

Eppure qualcosa non torna. Io non sono felice. Affettivamente, lavorativamente. L’altro giorno lui mi fa: “ma che cos’hai?“.     E io: “non sono di buon umore“. E lui: “Perché?” Silenzio. C’è bisogno di rispondere?

Perché la mia vita è un deserto, ecco perché. Perché ti dico che vorrei averti vicino, viverti, sentirti e tu invece di precipitarti a casa mi rispondi “tanto non faccio tardi”. Perché ho 33 anni e vorrei avere un figlio, una serra in giardino, un biglietto e uno zaino sulla spalla. Perchè non sorrido da tanto tempo. Perchè ho speso più tempo a preoccuparmi di te che di me e adesso devo ricostruire un pezzo per volta i miei desideri, che non sono i tuoi.

Già. Non sono i suoi.

Dovrei lasciarlo andare, come si lasciano andare le cose che si amano ma che non ci permettono di crescere. Tra 5 mesi potrei essere in Brasile e in questo tempo che mi separa dalla partenza avrei così tante cose da fare – i preparativi della mia nuova vita – che non avrei tempo per lui. O per i miei genitori. Ma soltanto per me. Il mio tempo vita, prezioso e così fragile.

Sono arrivata a un punto della mia vita in cui non posso rimandare più, in cui le scelte o le non scelte che farò, determineranno molte più cose delle scelte o non scelte che ho fatto fin’ora. E sono sicura che sarà meno terribile di quello che penso.